È l’inizio della fine. Netflix vince il Festival di Venezia e decreta la fine di un’epoca. Un film, sempre che ancora esista un’identità specifica ad accompagnare questa parola e il concetto che ha veicolato per oltre cento anni, viene ufficialmente slegato dal rapporto esclusivo della sua visione in sala. La frittata è fatta. Altro che il sonoro che subentra al muto. O la quisquilia del colore al posto del bianco e nero. Addio “centralità” della sala. Il paradosso poi è lampante. Il passaggio di consegne senza più ritorno tra passato e futuro, tra nostalgia canaglia e fede generica nel vuoto, lo certifica la giuria di un vecchio bacucco festival che però offre sale immense ipertecnologiche, indimenticabili, in cui migliaia di persone si accoccolano per dieci giorni senza avere più voglia di tornare a casa. Guardatevelo qui altrimenti poi vi tocca lo smartphone.

Roma di Alfonso Cuaron, per ora, ma forse anche mai, in Italia non verrà visto in sala. Ma non com’è successo per The woman who left di Lav Diaz – Leone d’Oro 2016 – perché nessun distributore ha osato proporre tre ore e quarantasei di cinema filippino in bianco e nero (a proposito: dov’erano i comunicati degli esercenti quando c’erano da difendere scelte e onore del Festival a quell’epoca?). Qui, probabilmente, per Roma ci sarebbe la fila fuori dai cinema. Eppure alla voce “release dates” l’opera di un autore che al botteghino potrebbe dire la sua (Gravity e qualche Harry Potter non sono di certo merce di nicchia) viene bollata come “a dicembre 2018 su Internet” e con un generico 14 dicembre in qualche sala limitata degli Stati Uniti, giusto una settimanina dalle parti di Los Angeles per partecipare agli Oscar.

Inutile però prendere una posizione ideologica. Non è questione di difendere o attaccare qualcuno o qualcun altro. Noi, ad esempio, preferiremmo che un film come Roma di Cuaron si vedesse in sala; ma quotidianamente vediamo anche un sacco di cose sul pc e collegandoci ad un mediocre impianto tv. E allora? Qui il punto è ancora un altro. Non si può pensare, come scrive il collega Pedro Armocida su Facebook, “che le azioni, e quindi la politica, di un player mondiale che opera in autoregime di monopolio per meriti suoi, siano NEUTRE”. Ovvero Netflix fa i suoi interessi, mettendo in scacco un intero sistema industriale, cinema e tv, e non da ieri, o dal red carpet di Cuaron al Lido.

La piattaforma web per la distribuzione di audiovisivi online ha un volume d’affari che una recente inchiesta di The Economist ha stimato in 14 miliardi di dollari di incassi nel 2017. Ma soprattutto quest’anno Netflix ha speso tra i 12 e i 13 miliardi di dollari, più di qualsiasi major di Hollywood per produrre film. Un dato che si riassume in 82 film pronti nel 2018 quando la Warner Bros ne sfornerà 23 e Disney 10. Insomma sgomberiamo il campo da qualsiasi dubbio: Netflix non è un distributore cinematografico e crediamo gli interessi eufemisticamente un fico secco fare in modo che gli spettatori italiani vedano Roma all’Anteo di Milano o all’Odeon di Bologna.

Sarandos & Co. è come se dicessero, ‘ah quei nostalgici dei film in sala della Mostra del Cinema di Venezia, ecco solo per voi una prima visione mondiale, che poi è l’unica del/dei nostro/i film’. Vi basta? Avete saziato la vostra curiosità retrò di quando si stava ore a cercare parcheggio, in fila alla cassa, con un tizio altro due metri davanti che non ti faceva vedere il film? Bene. Ora il film ve lo guardate dove vi pare, anche ammucchiati in sei uno sull’altro, magari a casa di David Cronenberg ma che passi in sala francamente non ce ne frega nulla. Logica e intuizione industriale rivoluzionaria batte ghiribizzo estetico/artistico nove a zero. Se poi Alfonso Cuaron ama girare un film con spettacolari e ariosi piani sequenza peggio per lui. Anche per apprezzare l’autenticità dei diamanti e dei francobolli pregiati bisognava infilzare un monocolo nell’occhio buono.