La rivoluzione, secondo Mario Martone, si fa sull’isola di Capri. Anzi si è fatta tra il 1900 e il 1913 nella comune nudista, vegetariana, artistica di Karl Diefenbach. Capri-Revolution, in Concorso a Venezia 75, è l’ulteriore aggiornamento di un discorso cinematografico a firma dell’autore de L’amore molesto, iniziato con Noi credevamo e proseguito con Il giovane favoloso, sul passato italiano che ci parla del (e al) presente, della storia di ieri che spiega molte questioni dell’oggi e prepara un nuovo futuro di probabile rottura. Non correte però subito su Wikipedia a cercare ulteriori informazioni. Sul pittore tedesco a Capri e soprattutto su quella comune idilliaca non trovate granché. Per una versione leggermente slittata in avanti nel tempo a ridosso del primo conflitto mondiale, incentrata fortemente sul rapporto uomo/natura, capace di guizzi visivi fantastici e alla rappresentazione di un’indipendenza sociale al femminile, basta la ricca e affascinante sintesi martoniana.

La giovane analfabeta capraia Lucia (Marianna Fontana), unica figlia in una famiglia contadina patriarcale, vede morire il padre che ha tentato la fortuna da operaio industriale e viene schiacciata dalla prepotenza maschilista dei due fratelli. Quando un giorno al pascolo con le capre, superata la montagna intravede corpi nudi danzare e osservare il tramonto lungo le scogliere rocciose, Lucia deciderà gradualmente di avvicinarsi a quel gruppo di “depravati”. Dapprima si scontra con il leader Seybu (Reinout Scholten van Aschat) che medita sotto un’imponente roccia a picco sul mare, poi si inserisce nel piccolo villaggio dove si mangia solo verdura, si sperimentano arte e musica, e soprattutto dove lei oltre a dare suggerimenti su come si costruisce una casa o si coltivano zucchine, impara a leggere, scrivere e a parlare l’inglese. La vicinanza dell’altrettanto giovane medico idealista giunto a Capri (Antonio Folletto), una sorta di socialista interventista e positivista, provoca in Lucia un altalenarsi di sensazioni intellettuali e sentimentali, e infine a compiere scelte pratiche che la porteranno a una definitiva indipendenza futura.

Capri revolution è una riflessione riuscita, profonda, coinvolgente, sulla liberazione di corpi ed individui dalle convenzioni politico-culturali. Una dialettica continua tra massimalismo e riformismo progressista, con il pacifismo di Seybu affiancato all’interventismo umanitario del medico. Una tensione viva e costruttiva tra materia e spirito, tanto che il medico parla di energia elettrica che arriva sull’isola mentre Seybu gli mostra un’opera d’arte dove dei limoni vengono collegati ad una lampadina fino a farla accendere (vera opera d’arte creata a Capri nel 1980 dall’artista Joseph Beuys). “Nel film i protagonisti sono giovani e ribelli, a testimonianza che il mio desiderio di raccontare l’Italia non è doma, che sento la spinta ad interrogarmi sul rapporto tra collettività ed individualità”, spiega Martone alla stampa. “L’isola è una metafora del mondo dove l’unica strada possibile è confrontarsi. Inutile erigere muri.

Il confronto con l’oggi è inevitabile e necessario, dove odio e paura fanno da collante per una chiusura verso l’altro”. E se il discorso utopico idealistico della comune del film sembra vivere di una contemporaneità bizzarra e felice è anche grazie all’esplorazione di un anelito di cambiamento deciso nel rapporto tra uomo e natura, tra uomo e animale, tanto che Martone finisce per mostrare una scelta vegetariana forte con Lucia che si oppone al mangiare capretto, galline e maiale proprio nel momento in cui rifiuta parallelamente il codice ancestrale di un matrimonio combinato. “È un fronte politico del nostro tempo molto forte. Io e la maggior parte della troupe non siamo vegetariani, ma sono convinto che saremo tra le ultime generazioni a mangiare animali.

Quando ho fatto ricerche su questo aspetto da inserire nel film ho trovato un dipinto che si trova in un museo di Capri dove il comandamento “non ammazzare” era dipinto con un uomo che uccide un cervo, non un altro uomo”, conclude Martone. “Uno dei fronti politici dei prossimi decenni sarà certamente la messa in discussione della catena alimentare perché direttamente collegata ad uno sviluppo tumultuoso e violento, ad uno squilibrio mostruoso che fa parte di un’idea di progresso che non ci soddisfa più”. Soundtrack elettrizzante di Sascha Ring e Philipp Thimm. Cast di attori estetizzante ai massimi livelli. Producono Rai, Pathé, e la Indigo di Giuliano e Cima. In sala dal 13 dicembre 2018.