“La pagina richiesta non risulta presente nel sito”. Il Senato risponde così a chi clicca sulla delibera con cui la commissione d’inchiesta sul disastro del Moby Prince aveva stabilito di rendere pubblici tutti i documenti acquisiti durante i due anni di indagine: atti, consulenze, verbali, coi quali aveva potuto riscrivere la storia della più grande tragedia della marineria civile italiana (e più grave strage sul lavoro della storia repubblica): 140 vittime, passeggeri ed equipaggio del traghetto Moby Prince, morte la notte tra il 10 e l’11 aprile 1991 davanti al porto di Livorno in circostanze misteriose. Per 27 anni infatti la magistratura aveva sostenuto la narrazione di una tragedia, un incidente inevitabile e dalle conseguenze enormi: una nebbia “strana” era calata d’improvviso sulla zona dov’era ancorata la petroliera Agip Abruzzo, il comando del traghetto Moby Prince veniva colto di sorpresa e la centrava dritto per dritto nonostante la sua mole pari ad un palazzo di 4 piani, largo quanto 3 campi da calcio, illuminato come uno stadio. Poi l’incendio, la scarsa visibilità che rendeva inefficaci i soccorsi, la morte rapida di quelle persone, letta come effetto di un destino cinico e baro.

Secondo la relazione finale della commissione d’inchiesta la storia è andata diversamente, molto diversamente: la nebbia non c’era al pari dell’incapacità del comando nave e della rotta lineare dritto per dritto. Il traghetto ha compiuto piuttosto una virata a destra per una “turbativa della navigazione” ancora da accertare ed è finito sul lato opposto della petroliera senza possibilità di deviare. Un’inversione a U quindi, indotta e poi incontrollata. Da cosa e perché ancora non è possibile sancirlo con certezza, mancano ancora alcuni pezzi del quadro, sui quali si allunga anche un anomalo accordo assicurativo tra le due compagnie, la Navarma del traghetto e la Snam della petroliera. Ma come accaduto in passato gli indizi potrebbero essere proprio in quei documenti che la Commissione ha acquisito e potuto analizzare con tempi ristretti, ferie parlamentari escluse, 21 mesi, dove i commissari hanno avuto anche da seguire in parallelo l’attività ordinaria, aula, commissioni permanenti e attività politica esterna.

Quei documenti che oggi non sono pienamente accessibili mentre la commissione aveva deciso di rendere pubblici, conscia dell’aver realizzato un grande lavoro di accesso agli atti e analisi, soprattutto per il tramite dei suoi consulenti tecnici designati (medici legali, esplosivisti, ingegneri tra gli altri), ma insufficiente a dipanare tutti i dubbi sulla vicenda, a risolvere integralmente il mistero. Era il 20 dicembre 2017, ancora oggi è visibile l’ordine del giorno di quella seduta dedicata al regime di pubblicazione degli atti ma manca la pubblicazione trasparente della decisione finale.

Di certo sappiamo i contenuti di quella decisione e non per vie traverse. A raccontarla fu proprio il presidente della commissione Silvio Lai (Pd, non rieletto) il 24 gennaio 2018 durante la conferenza stampa di presentazione della relazione finale: “Consegneremo alla procura della Repubblica gli atti e la relazione finale così come con trasparenza ogni documento dell’inchiesta sul Moby Prince, anche secretato, sarà disponibile a tutti”. Eppure da allora nello spazio del sito web del Senato dedicato alla Commissione non è stato aggiunto alcun nuovo documento. Familiari delle vittime, storici, semplici curiosi possono leggersi la relazione finale con alcuni allegati, gli ordini del giorno delle Commissioni, la delibera istitutiva, molti resoconti stenografici e video delle sedute pubbliche. Una parte importante certo, ma incompleta. Perché?

Al momento sia la Procura di Livorno sia quella di Roma hanno ricevuto della documentazione dal Senato, ma non è possibile conoscere l’indice e se siano presenti proprio i documenti non pubblicati, alcuni di indubbio interesse. Tra questi ad esempio la trascrizione del colloquio riservato avuto tra alcuni commissari e Alessio Bertrand, unico superstite della vicenda, che nell’occasione avrebbe negato di aver detto ai soccorritori che sul traghetto erano “tutti morti bruciati”. Dell’incontro si hanno ad oggi solo dichiarazioni dei commissari, frammentate, e ricostruzioni giornalistiche, tra cui quelle di questo giornale. Così come non è ancora pubblico il carteggio a domande e risposte tra la commissione e Sergio Albanese, comandante della Capitaneria di Porto di Livorno la notte della strage. Nella relazione la commissione accusa la Capitaneria guidata da Albanese, senza mai esplicitare però la sua responsabilità personale, arrivando a indicare che alcuni passeggeri potevano essere salvati ma durante le ore cruciali “la Capitaneria di porto apparve del tutto incapace di coordinare un’azione di soccorso”. Tutte conclusioni favorite proprio dall’audizione pubblica in Commissione dello stesso Albanese, oggi 84enne, che ha indicato di aver evitato tentativi di soccorso sul Moby Prince perché la “logica” gli aveva fatto dedurre che a bordo fossero già “tutti morti”.

Dopo quell’audizione choc Albanese iniziò ad inviare memorie difensive alla commissione e fu stabilito dal presidente Lai di evitare una nuova audizione virando sull’invio di domande formali cui l’ammiraglio avrebbe dovuto rispondere in forma scritta. Ad oggi nessuno, ad eccezione dei commissari, ha avuto accesso a questo carteggio cruciale che tuttavia – si desume dalla Relazione – ha indotto i commissari a gettare pesanti ombre sull’operato della Capitaneria di Porto da lui guidata la notte del disastro, ma ad evitare l’indicazione delle sue precise responsabilità. Il motivo di questa scelta è forse in quel carteggio non pubblicato? La Procura di Livorno e quella di Roma hanno potuto leggerlo?

L’analisi “opportuna” ma mai effettuata
Sul Moby Prince è avvenuta un’esplosione. Il consulente della commissione, l’esplosivista Paride Minervini, nella sua relazione pubblicata in allegato alla relazione finale scrive: “Da un’attenta analisi dei reperti rinvenuti presso il tribunale di Livorno, è possibile osservare che oltre i tamponi, sono presenti anche oggetti e residui di incendio (prelevati dall’area dell’esplosione, nda). A parere dello scrivente sarebbe opportuno, al fine di fugare molti dubbi, effettuare un’analisi di tali residui per la ricerca di tracce di esplosivi in base alle nuove tecnologie presenti nel campo scientifico”. Ma nonostante fosse “opportuno” quell’analisi non è stata effettuata da Minervini per la sua consulenza né sono state affidate ulteriori perizie.

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