Entro il 2100 a causa dell’innalzamento del livello del mare l’Italia potrebbe perdere 5.500 km quadrati di pianura costiera. Nelle aree più vicine al mare oggi vive la metà della popolazione italiana, che i cambiamenti climatici insieme all’assenza di politiche efficaci a livello globale espongono a pericoli significativi. La mappa delle aree a rischio inondazione, elaborata dai ricercatori dell’Enea, contiene aree in tutta la penisola, dalla Toscana alla Sardegna, fino al Veneto. Tra le aree più minacciate, individuate dagli scienziati attraverso un nuovo modello di previsione unico al mondo, ci sono Pescara, dove potrebbe finire sott’acqua l’area del porto turistico, e il piccolo paese di Marina di Campo, all’isola d’Elba, dove il mare potrebbe avvicinarsi pericolosamente all’aeroporto.

Cresce il livello dei mari
All’origine di tutto c’è l’enorme aumento di Co2 nell’atmosfera, causa dell’effetto serra, a sua volta motivo del riscaldamento globale. “Nel 2017, la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera ha raggiunto la soglia altissima di 412 parti per milione. Negli 800mila anni precedenti, il valore era oscillato tra 180 e 280. Aumenti e diminuzioni avvenivano molto lentamente, mentre in soli 130 anni si è arrivati a un livello altissimo e a ritmi molto veloci”, spiega il climatologo Enea Gianmaria Sannino. Alle temperature in aumento ha corrisposto un crescente scioglimento dei ghiacci: volumi di acqua in più che stanno facendo innalzare i mari. “Negli ultimi 200 anni il livello medio degli oceani è aumentato a ritmi più rapidi rispetto agli ultimi tre mila anni, con un’accelerazione allarmante pari a 3,4 mm l’anno anno solo negli ultimi due decenni”, spiega il geomorfologo Enea Fabrizio Antonioli. Inoltre, aggiunge Sannino, “più l’acqua dei mari si riscalda, più aumenta il suo volume”. Per i ricercatori, senza un drastico cambio di rotta nelle emissioni dei gas a effetto serra, entro il 2100 la geografia del paesaggio italiano potrebbe risultare profondamente mutata dalle inondazioni.

L’Italia scende sempre più in basso
Ma l’innalzamento del livello dei mari, seppur impressionante, non è l’unico fattore a minacciare le aree costiere italiane. Allo stesso tempo, infatti, si osserva un abbassamento della crosta terrestre: da una parte per dinamiche tettoniche non legate ai cambiamenti climatici, dall’altra come conseguenza dello scioglimento dei ghiacci della Groenlandia. “Diminuendo il peso dei ghiacci che la spinge giù, la Groenlandia si innalzerà. La crosta terrestre, però, è come una zattera: se da una parte si alza, per contrappeso dall’altra si abbassa. Questo sta portando la nostra penisola a scendere”. Così, per esempio, secondo le nuove elaborazioni Enea, Granelli, in provincia di Siracusa, perderà ben 6 km quadrati di territorio, Valledoria, vicino Sassari, vedrà finire sott’acqua 2 km quadrati. A queste si aggiungono anche Pescara e Marina di Campo, e poi Martinsicuro (Teramo), Fossacesia (Chieti), Lesina (Foggia), con previsione di arretramento delle spiagge e delle aree agricole. Un’altra trentina di aree erano già state segnalate dai ricercatori in passato nell’area costiera dell’alto Adriatico compresa tra Trieste, Venezia e Ravenna, nel golfo di Taranto e nelle piane di Oristano e Cagliari. E ancora nella Versilia toscana, nelle aree di Fiumicino, Fondi e altre zone dell’Agro pontino in Lazio, nelle piane del Sele e del Volturno in Campania, lungo le coste e siciliane di Catania e delle isole Eolie.

Il super-modello italiano
Oggi esistono circa 15 modelli di calcolo che, attraverso complicate operazioni matematiche, restituiscono previsioni sugli effetti dei cambiamenti climatici per il pianeta. Dovendo elaborare enormi quantità di dati, ogni modello ha dei limiti: “Spesso si sacrifica la risoluzione spaziale. Questo significa che aree piccole ma molto complesse come il Mediterraneo vengono penalizzate”, spiega Sannino. Di fronte a questo limite, i ricercatori Enea hanno messo a punto uno strumento di previsione specifico per la nostra area geografica: “Siamo partiti da un modello dell’Mit di Boston e lo abbiamo specializzato sul Mediterraneo. Oggi siamo gli unici ad avere questo strumento, nel resto del mondo non c’è niente di paragonabile. Questo significa che dobbiamo lavorare da soli, anche con un aggravio di tempi e di costi”. L’individuazione delle aree più a rischio è stata effettuata tenendo conto dello scenario peggiore, ma il modello può aiutare a prevedere e non a prevenire: “Lo abbiamo scelto perché a livello globale non vediamo provvedimenti incisivi di attuazione degli accordi di Parigi. Noi abbiamo lo strumento ed elaborare queste informazioni ci è sembrato doveroso. Quello che succederà, però, dipende dalla politica”.

 

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