Giorno e notte l’azienda “De Masi” è piantonata dai militari. Nella stanza di lato al suo ufficio ci sono altri due agenti di scorta. Dentro quelle quattro mura è nata l’idea della “public company contro la mafia”. Da diversi anni la ‘ndrangheta vuole morto Nino De Masi. Nel 2013 una sventagliata di kalashnikov in uno dei suoi capannoni, nella zona industriale a ridosso del porto di Gioia Tauro, glielo ha ricordato tanto da costringerlo a mandare via la sua famiglia dalla Calabria. Da anni, alle minacce delle cosche, per l’imprenditore di Rizziconi si è aggiunta la battaglia contro le banche. “Venni avvicinato da un funzionario di un istituto di credito, che era un ex ufficiale dei carabinieri, il quale mi disse: ‘De Masi abbiamo avuto l’ordine di distruggerla’”.

L’imprenditore allora scrisse in Procura e alle stesse banche “osando chiedere conto di come si stavano comportando”. Misteriosamente, dopo le denunce ai boss finiti al centro dell’inchiesta “Conchiglia” e le richieste di chiarimenti, vennero chiuse le linee di credito della sua azienda che rischiò così il fallimento. Denunce, processi e fiumi di sentenze che alla fine hanno dato ragione a Nino De Masi. L’imprenditore l’ha vinta quella battaglia. Ma allo stesso tempo, ha perso. Se da una parte, infatti, ha dimostrato di essere stato usurato dalle banche, dall’altra ha dovuto lottare per essere risarcito. Ma questo è avvenuto solo in parte.

Conclusa la vicenda giudiziaria, lei e le banche firmate anche un accordo per il risarcimento?
Sì. Ho firmato un accordo in cui mi è stata riconosciuta un’elemosina. Questo avvenne davanti al ministero dello Sviluppo economico, al ministero dell’Interno, al ministero del Lavoro e davanti al vicepresidente del Consiglio. Dovevano risarcirmi e riaprire le mie linee di credito. La cifra era di 4 milioni e mezzo a fronte di una cifra ben più alta. Al di là che quell’accordo è stato massacrante e penalizzante, Bnl e Unicredit si sono comportate in maniera seria e professionale e lo hanno rispettato. Manca la parte del Monte dei Paschi.

Quindi Monte dei Paschi firma davanti al governo ma non rispetta l’accordo. Perché?
Non si sa. È un mistero che mi ha portato ad avviare azioni civili per il mancato accordo di quello che hanno sottoscritto. Dicono che non l’hanno rispettato perché non era vincolante. Probabilmente di spese legali stanno spendendo molto più di quello che sarebbe costato se avessero pagato quanto mi devono.

Lei si è fatto un’idea sul perché sta subendo tutto questo da 20 anni?
Forse qualcuno ha interesse che io muoia o che io fallisca. Ma se ciò dovesse avvenire, la banca che interesse potrebbe avere? Nessuno. Non so se quello che io definisco ‘sistema che condiziona il territorio’ possa arrivare così in alto e influenzare le scelte di una banca.

In questi giorni presenterà il progetto di una ‘public company’ contro la ‘ndrangheta. Che vuol dire?
Vuol dire che c’è un dato oggettivo: la criminalità opprime il territorio. Di fronte a questo tipo di realtà come si può fare impresa? In molti mettono la polvere sotto il tappeto e dicono che la mafia non c’è. Fanno finta di non sentire e non vedere. L’alternativa è affrontare il problema nella sua drammaticità o meglio nella sua realtà. Lo sto vedendo sulla mia pelle. Posso immaginare di crescere, di svilupparmi e di avere un domani confidando in un miracolo? O devo vivere sempre sotto scorta? No, non si può fare.

Nei giorni scorsi a Roma ha incontrato il ministro Di Maio e anche a lui ha presentato il suo nuovo progetto.
Ho scritto sempre lettere a tutte le istituzioni. È la prima volta che scrivo al governo e dopo due giorni vengo ricevuto. Prima dovevo rivolgermi a tutto un sistema di relazioni e dovevo chiedere cortesie per incontrare un ministro.

Cosa si aspetta adesso?
Nulla. Ho voluto raccontare al ministro i miei progetti, le mie ricerche e il mio modello di sviluppo per Gioia Tauro. Gli ho detto che qui l’azienda De Masi ha capacità di fare impresa senza assistenzialismo e senza clientele. Ho chiesto di fare sua la mia battaglia e lui mi ha promesso che verrà a Gioia Tauro con alcuni ministri di questo governo. Vorrei avere solo il diritto di fare impresa così come la fanno tanti altri in tutta d’Italia. Gli ho presentato l’idea della public company e il progetto di partecipazione dei miei dipendenti. Credo che in questo territorio si può fare impresa se si creano delle barriere protettive. Altrimenti poi il ‘mostro’ ti mangia.

E quali sono queste barriere protettive?
La barriera protettiva è far capire che un’azienda sul territorio è un bene di tutti. È un bene che crea ricchezza e prosperità, ma crea soprattutto lo svincolo dai fenomeni criminali. Se tu dai lavoro dai dignità alla gente. Se si spiega che il sistema aziendale non sfrutta i lavoratori ma crea lavoro legale, diventa un bene di tutti. Voglio dimostrare che si possono fare profitti facendo squadra, un’azienda orizzontale dove non c’è un capo o un sottocapo. Con questo progetto, il dipendente diventa un socio negli utili e quindi preme e ha interesse quanto me affinché l’azienda sia perfetta. Questa è la prima barriera protettiva. La seconda è la public company che è un concetto che esiste negli Stati Uniti ma come public company speculativa. Io, invece, voglio fare una public company sociale. Voglio mettere la mia storia, il mio percorso, la mia vita e i miei progetti sul mercato chiedendo il sostegno alla gente. Ma non voglio fondi di investimento: massimo mille euro a persona per poter chiedere a tutti di condividere il percorso.

Cosa ne pensano le istituzioni di questo tuo progetto?
Mi hanno fatto tutti i complimenti. Così come me li hanno fatti alcuni economisti importanti dicendomi che è rivoluzionario. Credo che sia unico in Italia. Non è mai stato fatto prima. È un progetto in cui la società civile vuole riappropriarsi di un ruolo attivo. Se riesco a convincere la gente, dovremmo generare quella forma di legame positivo sul territorio per dire ‘Ci siamo tutti noi e mettiamo la faccia assieme a De Masi’. Questa è la scommessa.

Materialmente come si può partecipare alla public company?
L’azienda De Masi oggi ha un’attività storica per la costruzione delle macchine che servono per la raccolta delle olive, delle mandorle e della frutta pendente. Abbiamo altri progetti innovativi come quello portato avanti con un pool di ricercatori di primo livello e con la collaborazione dell’università di Trento. Si tratta di un modulo abitativo per le emergenze. Questo genererà una filiera produttiva su Gioia Tauro davvero molto importante. Poi abbiamo realizzato il primo forno che cuoce le pizze prive della contaminazione dei sottoprodotti della combustione che sono cancerogeni. È un progetto di un giovane ingegnere di San Giovanni in Fiore che è venuto da me. Ho finanziato tutto e lo stiamo realizzando. Infine voglio creare un istituto di formazione professionale per formare i ragazzi nel settore della metalmeccanica. Questo è il progetto De Masi al sud. Io mi occupo di sviluppo. Non so se queste idee daranno un colpo alla ‘ndrangheta. So e spero che darà una prospettiva ai miei concittadini.

Come vede il futuro della sua azienda?
Tra poco presenterò i progetti che da qui a 4 anni porteranno 170 posti di lavoro. Incrementeremo il fatturato in una maniera importante. Mostrerò i piani industriali che porteremo avanti e lancerò una prima forma di manifestazione di interesse. Da settembre avvieremo formalmente il percorso.

Quello che lei chiama ‘sistema’, che in Calabria è formato anche dalla ‘ndrangheta, potrebbe reagire al suo progetto di antimafia reale e non a parole?
Se io dimostro a me stesso e agli altri che noi siamo una risorsa per il territorio, prima di venire a fare qualcosa un boss o qualsiasi criminale saprà che sta ledendo gli interessi di tanta brava gente che vuole solo un lavoro. Questo progetto è importante perché, se passa, scinde quella cultura filo-mafiosa. In altre parole, darà alla gente la possibilità di dire che sta partecipando a un progetto positivo che certamente combatte la mafia senza ambiguità e senza dubbi. Riuscire a portarlo avanti significherà creare lavoro libero e senza condizionamenti. Oggi quando viene toccato un imprenditore ci si limita ad esprimere la solidarietà. Io sto cercando di avere, invece, la cointeressenza della società civile. Devono dire: ‘Toccateci tutti’. In Sicilia le cose sono cambiate con le lenzuola bianche di Palermo. Qui sto cercando, senza le stragi, di poter dire alla gente ‘risvegliatevi e seguiamo un percorso di rilancio’. È un progetto che parte dal basso. Sono un folle sognatore e credo che si possa fare.