Trasportavano i migranti dai Balcani fino in Svizzera in auto o li facevano arrivare in Sicilia grazie a finti contratti di lavoro. In cambio ogni profugo pagava tremila euro. È in questo modo che avveniva il traffico di essere umani l’Italia e la Germania, il Kosovo e la Macedonia. Sullo sfondo c’erano i contatti con Cosa nostra e il gruppo paramilitare albanese ‘Nuovo Uck‘, legato ad ambienti jihadisti. Una rete criminale che gestiva il passaggio dei migranti sulla rotta balcanica, ma anche la vendita di armi, è stata scoperta dalle indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo. I carabinieri hanno fermato  17 persone accusate, a vario titolo, di associazione per delinquere transnazionale finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, al traffico di armi da guerra e al riciclaggio di diamanti, oro e denaro contante. In un caso il valore dei preziosi che cercavano di riciclare superava gli 11 milioni di euro.

Attraverso l’Italia, decine di persone hanno cercato di raggiungere la Svizzera e il nord Europa. La struttura criminale, che faceva capo ad indagati residenti a Palermo, ha sviluppato la sua operatività anche nelle provincie di Sondrio, Como, Pordenone e Siena, oltre che in Svizzera, Germania, Macedonia e Kosovo. I contatti tra esponenti di Cosa nostra e i trafficanti di esseri umani fermati all’alba di oggi sono stati documentati dai carabinieri del Comando provinciale di Palermo, guidati dal colonnello Antonio Di Stasio. L’inchiesta è stata coordinata dal procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi e dai pm Gery Ferrara e Giorgia Spiri

Kosovari e siciliani – Due le organizzazioni criminali scoperte dagli investigatori: uno aveva a capo alcuni kosovari, residenti sia in Italia sia in Svizzera, l’altro era composta da italiani e macedoni.  A capo dell’associazione di kosovari c’era Arben Rexhepi che reclutava i migranti da mandare, attraverso la rotta balcanica, verso l’Italia. Rexhepi durante la guerra nei Balcani, faceva parte di un gruppo paramilitare dell’Uck albanese. I complici – Driton Rexhepi, Xhemshit Vershevci, Franco e Tiziano Moreno Mapelli, Ibraim Latifi e la sua compagna Jlenia Fele Arena – portavano in auto i profughi in Svizzera. La seconda organizzazione criminale, gestita a Palermo da Fatmir Ljatifi e Giuseppe Giangrosso, reclutava cittadini slavi da far entrare in Italia con falsi contratti di lavoro. Il pregiudicato Dario Vitellaro aveva trovato una società compiacente in grado di assumere fittiziamente gli stranieri per fare avere loro un permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

Il traffico di diamanti – Ed è proprio la costola palermitana della banda che si occupava anche di traffico di diamanti e di riciclaggio di dieci chili di oro e denaro incassato con le rapine. Il capo, Fatmir Ljatifi e uno dei suoi complici, Giuseppe Giangrosso, avevano messo su una fitta rete di affari, finalizzati a riciclare ingenti capitali illeciti. Ljatifi sarebbe in contatto con rapinatori che vivono nell’area balcanica, specializzati nella “ripulitura” di banconote macchiate di inchiostro indelebile, perché frutto di rapine o furti a sportelli bancomat. Grazie all’utilizzo di reagenti chimici, sarebbe possibile smacchiare le banconote. L’azione dei prodotti chimici utilizzati, avrebbe però come conseguenza il danneggiamento degli ologrammi impressi sulle banconote, rendendone, quindi, necessaria la sostituzione. Ljatifi li avrebbe acquistati per mesi a Napoli. Al momento il canale di fornitura si sarebbe interrotto.

Il riciclaggio di capitali – Il gruppo riciclava anche anche ingenti capitali provenienti da Hong Kong attraverso il sistema Electronic Banking Internet Communication Standard, che viene utilizzato principalmente per il trasferimento remoto dei dati, ad esempio per le transazioni di pagamento capitali, tra organizzazioni e banche. La struttura criminale poteva contare sulla complicità di aziende del nord-est d’Italia. La banda ha messo su una complessa e articolata trattativa finalizzata a riciclare una partita di diamanti di sicura provenienza illecita per un valore di circa 11 milioni di euro. La vicenda è emersa a settembre del 2017, quando è stata intercettata una conversazione all’interno dell’auto di Ljatifi. Dalla discussione è venuto fuori che alcuni kosovari lo avevano invitato nel loro Paese per acquistare diamanti rubati. Il compito dell’indagato era reperire dei compratori, già individuati in alcuni facoltosi cittadini di Bruxelles, grazie all’aiuto di complici turchi e svizzeri.

Le armi al Nuovo Uck e l’incontro col mafioso catanese – Ljatifi gestiva poi un fiorente traffico di armi. Per gli inquirenti aveva la disponibilità di kalashnikov e bombe che avrebbe venduto anche a una cellula di combattenti del gruppo paramilitare Nuovo Uck, protagonista nel 2015 di un attentato commesso nella cittadina macedone di Kumanovo.  Sette mesi fa Ljatifi è stato fermato dai carabinieri a Villabate di ritorno da un viaggio nel Kosovo. Il materiale che gli venne sequestrato – cellulari e pc – ha portato gli inquirenti a scoprire un traffico di armi e al riciclaggio di diamanti e di soldi bottino di furti e rapine. All’indagato sono stati sequestrati video dei diamanti commerciati, del denaro macchiato di inchiostro e delle armi commerciate all’estero.  Il 16 novembre 2016, il 27 settembre e il 20 ottobre 2017, inoltre, sono stati documentati tre incontri (due dei quali avvenuti all’outlet di Dittaino e uno a Palermo) fra Ljatifi, un altro fermato, Giuseppe Giangrosso, e un mafioso catanese indagato anche per rapina, traffico di stupefacenti e di armi. Il 16 novembre ai summit avrebbe partecipato anche il nipote del capomafia di Belpasso, Giuseppe Pulvirenti, detto “u malpassotu”.

I carabinieri: “Avevano contatti con Cosa nostra” – “Un importante risultato operativo, in primis, i vertici della struttura criminale oggi sgominata, hanno dimostrato di possedere concrete e pericolosissime capacità di relazione con Cosa nostra e con pericolosi elementi legati al gruppo paramilitare denominato Nuovo UCK, operante in area balcanica”, ha commentato il colonnello Di Stasio. “Proprio tale circostanza, accertata nel corso delle indagini, ha costituito l’elemento più allarmante e degno di approfondimento – ha aggiunto – Inoltre, mi preme evidenziare come, ancora una volta, da un input informativo proveniente da una stazione carabinieri si sia poi sviluppata, in sinergia con i reparti infoinvestigativi dell’Arma, un’indagine transnazionale che ha permesso di portare alla luce un’associazione per delinquere dai molteplici interessi criminali: dal traffico di clandestini al riciclaggio di danaro, dai diamanti alle armi da guerra”. E ancora: “La stazione carabinieri – quale secolare caposaldo della struttura territoriale dell’Arma ed efficace presidio di legalità e controllo del territorio – costituisce punto di riferimento per recepire e sostenere le istanze del cittadino. Ancora, altro dato che vorrei rimarcare, è il perfetto coordinamento tra l’Arma e le forze di Polizia e le Magistrature straniere (cui rinnovo la mia gratitudine) che hanno collaborato lungo tutto lo sviluppo dell’indagine al fianco dei carabinieri di Palermo, costituendo fattore determinante per il risultato operativo conseguito”.