Il primo del 2018 è stato Luca Traini: 28 anni, incensurato, testa rasata, vicino agli ambienti dell’estrema destra, all’inizio di febbraio semina il panico per le vie di Macerata sparando colpi di pistola dalla propria auto. Mira agli stranieri e ne ferisce sei. Pare che prima di essere fermato si sia ammantato di una bandiera tricolore e abbia fatto il saluto fascista. Negli interrogatori ha sostenuto di voler vendicare la morte di Pamela Mastropietro, che non conosceva ma che era forse per lui il simbolo della purezza indifesa di fronte a una brutalità che esigeva una vendetta, che non potendo attingere i responsabili di quel delitto diventa generica, uno sparare contro i neri persi nella folla, contro una categoria sociale, contro una “razza”.
Poi è venuto il turno di Soumaila Sacko, il bracciante somalo ucciso a pochi chilometri da Vibo Valentia da un fucile a pallettoni che lo ha centrato alla testa all’inizio di giugno. E ancora. Hassan Diallo era un 54 enne di Corsico che il 17 giugno viene freddato da dieci colpi di pistola esplosi in mezzo alla strada, come in un film. Perché chiedeva sempre soldi, ha detto il suo assalitore. Undici colpi perché dava fastidio. Non muore invece Bouyagui Konate, il giovanissimo cuoco del Mali che ha avuto il suo momento di celebrità grazie alle telecamere di MasterChef, raggiunto da colpi di arma di fuoco all’addome accompagnati dal grido: Salvini, Salvini.

Semplicismi e demagogie sono superflui: la responsabilità penale è sempre individuale. E ancora di più, ancora più personale, ancora più profonda è la follia, la fragilità profonda, la sensazione di precarietà, e quella rabbia che nasce dalla frustrazione e dalla marginalità. Non c’è dubbio che dietro le azioni di impulso di chi insegue spara pallettoni che feriscono e uccidono persone di colore ci siano profondi disagi individuali e sociali la cui responsabilità non è di nessuno che non sia colui che stringe nelle mani l’arma che di volta in volta colpisce.

Sgomberato il campo, è sensato farsi delle domande. Ci si può domandare quale sia il peso delle parole. Parole portate al pubblico da chi il popolo ora rappresenta; parole quindi pesanti. Più pesanti ancora per i soggetti resi più fragili dalla propria condizione personale e sociale, più permeabili, il cui immaginario viene più facilmente eccitato dal discorso di odio.

Perché se è vero che non vi sono responsabilità dirette, è altrettanto vero che quelli sopra citati costituiscono un’impressionante sequenza di azioni motivate dall’odio nei confronti di una categoria sociale. Crimini cioè attuati da italiani nei confronti non di Tizio o di Caio, colpevole di avermi danneggiato in qualche modo, ma di stranieri in quanto tali, cercati e fatti bersaglio di colpi d’arma da fuoco in quanto di pelle scura o mendicanti, senza casa o senza risorse.

Non è possibile sostenere che tutto questo non abbia nulla a che fare con il clima politico e culturale in questo momento si respira nel nostro paese e che investe in particolare le categorie del migrante e dello straniero. Una frase come “è finita la pacchia”, interpreta e forse ribalta le categorie reali del migrante economico e del profugo, generando l’immagine di uno straniero caratterizzato da un godimento da limitare. Una voracità avida, da fermare subito, con ogni mezzo.

Un’interessantissima ricerca svolta da una rete di università italiane sui messaggi d’odio che circolano sui social network, pubblicata recentemente nella sua terza edizione da Vox Diritti mostra in un anno un aumento dei messaggi d’odio contro i migranti da 38mila nel 2016 a più di 73mila nel 2017. L’odio sociale verso i migranti è raddoppiato in un anno. Difficilmente la colpa di una simile rivoluzione culturale può essere solo dell’aumento dei flussi o dei fatti di cronaca; difficilmente il discorso politico dominante può reclamare un’estraneità rispetto a questo processo.

Secondo la sociologa Judith Butler le parole possono essere performative: possono cioè creare ciò che dicono, essere la causa attiva di ciò che succede. Questo può avvenire soprattutto quando le parole diventano rituali, ovvero quando vengono ripetute nel tempo creando una percezione condivisa. Allora, se il contesto creato da una parola riesce a creare una percezione di pericolo, può darsi che qualcuno sia indotto a ritenere che sparare possa essere una buona soluzione. Così la parola diventa azione, non più soltanto un flatus vocis, un’emissione di suono.

Per questa esatta ragione esiste un limite naturale anche al diritto di libera espressione della propria parola e del proprio pensiero sancito dall’articolo 21 della nostra costituzione quando questa parola e questo pensiero si trasformano in istigazione alla criminalità, alla discriminazione e alla violenza. E’ il principio ispiratore della legge Mancino.

Non si può quindi dire qualsiasi cosa. Poiché sempre per citare la Butler il linguaggio, se può sostenere il corpo, può anche minacciarne l’esistenza. In questo senso i fatti di cronaca non individualmente ma nel loro complesso, nella loro allarmante frequenza diventano la concretizzazione tangibile del clima di scontro diffuso che ha avuto una funzione elettorale e che ha oggi una funzione politica.

Se quindi è evidente che il contenuto del discorso politico non arriva all’effettiva istigazione o alla discriminazione, tuttavia la sua viralità e amplificazione è tale da diffondere il sospetto e la paura.

Non a caso si solleva sempre più frequentemente la voce di chi chiede di rendere più facile l’accesso alle armi come dimostrazione della conseguenza ultima di un sillogismo in cui se i cittadini “perbene” – come direbbe Matteo Salvini – si devono difendere da un pericolo anche solo presunto, e se per difendersi devono poter avere facile accesso alle armi, la conseguenza è una popolazione armata. E una popolazione più armata sarà comunque una popolazione che spara di più, quando è necessario e anche quando non lo è.