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Trump vola in Cina da Xi Jinping in una fase di debolezza: non solo Iran e Taiwan, sul tavolo anche una lunga tregua commerciale

Il tema mediorientale sarà al centro delle discussioni. Pechino sta provando a rendere sempre più concreto il proprio ruolo di mediatore ombra, lasciando al Pakistan la luce dei riflettori del tavolo negoziale. In cambio, vuole che gli Usa non offrano supporto a Taipei
Trump vola in Cina da Xi Jinping in una fase di debolezza: non solo Iran e Taiwan, sul tavolo anche una lunga tregua commerciale
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La tanto attesa visita del presidente statunitense Donald Trump in Cina, che sarebbe dovuta avvenire tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, sta per iniziare, dopo un’assenza che dura dal 2017. Nel corso della tre giorni avrà vari incontri bilaterali con l’omologo cinese Xi Jinping ed entrambi sperano di chiudere il summit portando a casa risultati concreti. Trump aveva deciso di posticipare il viaggio per gestire la crisi iraniana fatta scoppiare dall’attacco statunitense e israeliano a fine febbraio, sperando poi di volare verso la Repubblica Popolare da una posizione di forza. Una speranza rimasta vana.

Sicuramente il tema mediorientale sarà al centro delle discussioni. Pechino sta provando a rendere sempre più concreto il proprio ruolo di mediatore ombra, lasciando al Pakistan la luce dei riflettori del tavolo negoziale. La Cina ha nell’Iran un alleato molto stretto, da cui acquista grandi quantità di petrolio a un prezzo scontato. Le autorità cinesi, che addossano tutta la responsabilità della situazione attuale alla spericolatezza di Trump, hanno come obiettivo il mantenimento dello status quo con la permanenza al potere dell’attuale regime iraniano e a marzo hanno presentato un piano di pace in cinque punti, rimasto al momento sulla carta.

Da parte sua, Trump spera che l’influenza cinese possa servire come leva nei confronti di Teheran, anche se un ruolo esplicito da parte di Xi Jinping nel togliere le castagne dal fuoco alla Casa Bianca sarebbe una sconfitta geopolitica notevole per gli Stati Uniti. Certo, anche Pechino sta iniziando a subire qualche contraccolpo economico interno, in termini soprattutto di inflazione, e una soluzione diplomatica farebbe gioco anche al Dragone.

Il vero tema sembra essere un altro: quale potrebbe essere una valida contropartita per la Cina per aiutare gli Usa a uscire dall’angolo. Da questo punto di vista a Taiwan sta correndo un brivido lungo la schiena perché uno degli obiettivi cinesi sarebbe quello di spingere Trump ancora più lontano di quanto già non sia dal supporto all’indipendenza dell’isola. Pechino vorrebbe un’opposizione esplicita da parte statunitense all’autonomia di Taiwan, mentre per ora il presidente Usa si limita a puntare il dito contro le autorità di Taipei, colpevoli ai suoi occhi di non ripagare lo sforzo di Washington per garantirne la sicurezza.

La geopolitica sarà certamente rilevante ma non l’unico dossier sul tavolo. Trump sta subendo un calo di consensi interno e un rallentamento economico – l’inflazione ad aprile è schizzata ai livelli più alti da tre anni a questa parte – che non fanno ben sperare in vista delle elezioni di metà mandato. Nei mesi scorsi le tensioni commerciali tra i due giganti non sono mancate, con la Casa Bianca che prima ha annunciato dazi altissimi nei confronti della Cina, salvo poi proporre una tregua temporanea. A far scendere a più miti consigli gli Stati Uniti è stata anche la risposta cinese: Pechino aveva reagito limitando le esportazioni di minerali critici verso gli Stati Uniti (la Cina lavora il 90% delle terre rare a livello mondiale) e riducendo gli acquisti di prodotti agricoli americani, con gravi ripercussioni sui produttori degli Stati chiave che avevano votato per Trump. Il fatto che la sfera commerciale sia al centro delle discussioni è rappresentato plasticamente anche dalla presenza nella delegazione di un folto gruppo imprenditoriale, in cui spicca quella dell’amministratore delegato di Tesla, Elon Musk, quello di Apple, Tim Cook, e quello di Boeing, Robert Ortberg.

Da questo punto di vista è probabile che le due parti puntino a un’estensione della tregua commerciale, con Trump che spera di portare a casa un aumento degli acquisti di materie prime agricole prodotte negli Stati Uniti da parte degli importatori cinesi. La Cina è a caccia di rassicurazioni che l’amministrazione Usa non proverà nuovamente a imporre nuove limitazioni agli scambi, un’incertezza che è quanto di più lontano dallo scenario in cui il gigante asiatico preferisce muoversi a livello internazionale.

Mai come durante il bilaterale che sta per aprirsi a confrontarsi saranno anche due approcci completamente diversi. Quello di Trump, basato su continui annunci e controannunci, e quello cinese, molto più sottotraccia e che guarda al lungo periodo. Dalla sua, Xi Jinping ha due assi nella manica: la certezza che tra circa due anni e mezzo l’amministrazione statunitense sarà guidata da un altro leader e quella relativa alla posizione di debolezza in cui Trump arriva all’incontro. Agli occhi cinesi, il peggior nemico degli Stati Uniti è proprio il loro presidente.

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