L’unico difetto che sicuramente Lorenzo Fontana non ha è quello di non dire quello che pensa. Il nuovo ministro della Famiglia e della Disabilità non nasconde le sue idee, ma le spiattella urbi et orbi con enfasi e convinzione. Il problema, casomai, sono le idee che professa. Lui le attinge a piene mani dalla tradizione cristiana, riletta in salsa leghista, come difesa ad oltranza dell’identità, dell’appartenenza culturale, della tutela dalle ondate migratorie.

Sono questi i temi che fanno di Fontana, vicesegretario federale della Lega Nord, vicesindaco di Verona e da due mesi uno dei quattro vicepresidenti della Camera dei deputati, uno degli esponenti di spicco del tradizionalismo cattolico declinato in chiave politica, che però guarda più al Fronte Nazionale di Marine Le Pen (“È un’alleanza storica che ho contribuito a stipulare”), che al Vaticano o alle professioni di solidarietà universale di Papa Francesco.

Giovane, assertorio e apparentemente monolitico. Fontana ha 38 anni è nato a Verona, è laureato in Scienze Politiche e ha una figlia. A sposarlo non poteva essere che un sacerdote tradizionalista (“senza tradizione non c’è progresso”), nel caso si tratta di Vilmar Pavesi, brasiliano trapiantato in Italia e consacrato con la Fraternità di San Pietro, che lo stesso prete ha così definito: “Sono quei cattolici che erano seguaci del vescovo Lefebvre e con un accordo con Giovanni Paolo II hanno accettato l’autorità del papa, mantenendo però il rito tridentino”.

Il neo ministro ha un chiodo fisso in testa, la denatalità, cartina di tornasole della crisi dell’Occidente e anticamera di un neocolonialismo culturale da parte di chi viene dal Terzo Mondo. Ha anche scritto un libro, assieme all’economista ed ex presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi: “La culla vuota della libertà”. Presentandolo ha detto: “La crisi demografica in Italia sta producendo numeri da guerra. È come se ogni anno scomparisse dalla cartina geografica una città come Padova. Noi non ci arrendiamo all’estinzione e difenderemo la nostra identità contro il pensiero unico della globalizzazione, che oggi ci vuole tutti omologati e schiavi. La politica deve produrre un cambiamento culturale, con azioni che guardino ai prossimi 20-30 anni: ne va della sopravvivenza della nostra civiltà”.

È con queste convinzioni che è arrivato al Parlamento Europeo a 29 anni ed è stato rieletto nel 2014. E con un secondo tarlo, la difesa dell’italianità da contaminazioni esterne, soprattutto se religiose e islamiche. Nella sua biblioteca-web consiglia di leggere il libro Eurabia che dimostrerebbe l’esistenza di un piano guidato dai Paesi Arabi di costruire una realtà politico-culturale omogenea attorno al Mediterraneo. “Il nostro Paese non ha bisogno dello ius soli”, dice. E aggiunge: “Ecco che cosa marca la differenza tra noi e le sinistre: loro pensano agli immigrati, noi agli italiani. Ci sono gravi responsabilità delle sinistre negli sbarchi di miliziani dell’Isis”. Il premier Gentiloni dichiarava:”L’Europa che invecchia ha bisogno di migranti”. E lui lo rimbeccava “No, ha bisogno di nuovi figli”. Se l’Onu dichiarava che le migrazioni sono un fenomeno positivo, lui da Bruxelles alzava subito la sua voce: “Il Piano delle Nazioni Unite va fermato subito”.

Tutto alla luce del sole, tutto nel suo blog dove lancia la campagna per una nuova “cultura identitaria legata ai nostri territori e alla valorizzazione delle autonomie locali”. Questione ideologica, ma anche pratica, diventato uno dei cavalli di battaglia leghista, che ha portato in Veneto il governatore Luca Zaia a brandire lo slogan “Prima i veneti” (nelle scuole, negli asili, nelle case di riposo, salvo poi incassare le censure di illegittimità costituzionale) ed ora il nuovo partito nazionalista a fare lo stesso con “Prima gli italiani”. È a loro che guarda anche Fontana: “Sappiamo bene quanto fanno la Chiesa Cattolica, e molte associazioni cattoliche, per alleviare le difficoltà che tanti nostri connazionali vivono per colpa della crisi economica di questi anni. E sappiamo molto bene, purtroppo, anche quanto il governo centrale non sta facendo per aiutare le famiglie italiane. Noi ci proponiamo di dare un aiuto concreto a queste famiglie, attraverso raccolte fondi o di generi di prima necessità”.

Da qui ad affrontare il tema della legittima difesa il passo è breve. Anche qui Fontana è in prima linea: “La legge sulla legittima difesa va cambiata. Uno Stato serio premia chi si difende e chiede scusa per non essere stato capace di provvedere direttamente alla tutela dei cittadini in pericolo. Oggi invece viviamo in un mondo rovesciato dove i criminali spesso la fanno franca e le vittime vengono ingiustamente inquisite. Bisogna risvegliare il buon senso”. Lo ha detto a un dibattito organizzato dalla Lega, alla presenza del benzinaio di Ponte di Nanto, in provincia di Vicenza, che uccise un rapinatore nel 2015.

Dopo lo culle e le frontiere, ecco la famiglia. Una famiglia “naturale”, ovviamente, composta da padre e madre. Sessi ben distinti. Le contaminazioni non gli piacciono. Sul suo sito campeggia la foto del “Bus antigender”, ovvero il bus della libertà su cui campeggia una scritta: “Non confondete l’identità sessuale dei bambini”. E a Verona il sindaco Sboarina, di cui Fontana è il vice, vuole introdurre il fattore famiglia. “Siamo il primo Comune capoluogo che lo introduce. L’obiettivo è redistribuire servizi e ricchezza a favore delle famiglie che hanno più bisogno”. Come corollario la difesa ad oltranza della vita, anche contro la legge pluridecennale che autorizza l’aborto.

Inevitabile che l’orizzonte internazionale di Fontana sia delimitato da questi valori. Non gli piace solo Marine Le Pen in Francia, ma anche Vladimir Putin in Russia. Di lui ha detto: “Da parte mia sono stato favorevolmente impressionato da tante dichiarazioni di Putin e dal grande risveglio religioso cristiano registrato nel Paese, frutto indubbiamente di una reazione ai settant’anni di regime sovietico. Ho visto in questo una luce anche per noi occidentali, che viviamo la grande crisi dei valori, immersi come siamo in una società dominata culturalmente dal relativismo etico, che può essere spietato come mostra la cronaca di questi giorni”. In Ungheria sta con Viktor Orbán. In Austria tifa per il Partito della Libertà Austriaco, nazionalista e di destra. E a Bruxelles è strenuamente schierato contro l’entrata della Turchia nell’Unione Europea.

Dulcis in fundo, il tifo calcistico. Scrive Fontana sul blog: “Oltre alla passione politica, questi miei anni sono legati ad un’altra grande passione: il tifo per l’Hellas Verona, rigorosamente e da sempre in curva sud”. È la curva degli insulti più beceri e razzisti. Ne sanno qualcosa i giocatori del Napoli, definiti “scimmie” e “terroni”. O gli avversari degli scaligeri, colpevoli soltanto di avere la pelle nera.