Nel ventiseiesimo anniversario della strage di Capaci pubblichiamo un estratto de I Diari di Falcone di Edoardo Montolli edito da Chiarelettere. L’autore ha studiato per otto anni le agende elettroniche del giudice, entrate e uscite troppo rapidamente dai processi sulla strage di Capaci, nonostante le richieste di approfondimento dei due consulenti che se ne occuparono, le cui perizie furono depositate nel 1992. Sono l’ingegnere Luciano Petrini (assassinato nel 1996, il colpevole non è mai stato preso) e il vicequestore aggiunto Gioacchino Genchi.

Dall’analisi delle agende, l’autore rivela un particolare inquietante inerente il marzo del 1992, quando una “circolare dei prefetti” allertava su un piano di destabilizzazione volto a colpire l’Italia, con attentati (puntualmente avvenuti) tra marzo e luglio. La notizia era emersa il 18 marzo (dopo il delitto di Salvo Lima del 12 marzo) giorno in cui Falcone si trovava a Palermo con Paolo Borsellino e con il presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Ma stranamente entrambe le agende elettroniche del giudice, su cui era annotato ogni suo impegno (perfino successivi alla sua morte) solo nel mese di marzo 1992 risultano completamente vuote. Nell’intero mese di marzo, quello dell’allarme sulla destabilizzazione dell’Italia, Falcone non risulta aver annotato nulla (nemmeno l’impegno con Cossiga e Borsellino) in alcuna delle sue inseparabili agende. E dire che il giudice rimase molto colpito dall’assassinio di Lima, tanto da scrivere su La Stampa: “Il rapporto si è invertito: ora è la mafia che vuole comandare. E se la politica non obbedisce, la mafia si apre la strada da sola”. Eppure sui suoi diari elettronici non appuntò nulla. Perché? E cos’accadde?

Ma non solo. Perché l’autore ricostruisce come Genchi e Petrini avessero recuperato l’appunto di un impegno a Washington di Falcone, datato tra la fine di aprile e gli inizi di maggio 1992. L’episodio fu sempre seccamente smentito dal ministero della giustizia nonostante diversi testimoni italiani e americani ne avessero parlato ben prima che i consulenti recuperassero l’appunto. Dal confronto tra le agende elettroniche e le dichiarazioni in aula dei testimoni, l’autore ha scoperto tuttavia come nessuno sappia ancora dire dove si trovasse Falcone tra fine aprile 1992 e i primi giorni di maggio, quando i suoi cellulari non chiamarono né ricevettero telefonate. Sullo sfondo spunta l’ipotesi di un incontro con Tommaso Buscetta perché, tempo dopo, il pentito, dal suo rifugio negli Stati Uniti fu in grado di profetizzare le stragi del 1993 al patrimonio artistico italiano prima ancora che i corleonesi decidessero di attuarlo. Cosa sapeva Buscetta? E perché lo sapeva? Era al corrente di un piano di destabilizzazione dell’Italia e ne aveva messo al corrente il giudice?

Di seguito il prologo del libro.

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I DIARI DI FALCONE – DI E. MONTOLLI – CHIARELETTERE (PP. 256, € 16)

Prologo

Giovanni Falcone annotava tutti i suoi impegni su due databank, due agende elettroniche tascabili. Apparecchi che restarono in voga per qualche anno, fin quando la loro funzione non fu sostituita dai cellulari. Quelle di Falcone vennero recuperate poco dopo la strage di Capaci. Una memoria esterna, su cui il giudice riversava i suoi appunti, scomparve per sempre. Ma nei processi, nonostante alcuni punti oscuri rilevati dai due consulenti che le analizzarono, le agende furono liquidate in fretta. Ne fu sminuita la portata. E vennero smentiti alcuni impegni che lui si era segnato e che apparivano su una di esse, risultata misteriosamente cancellata solo dopo il sequestro.

Passo tutto in secondo piano, come il fatto che, dopo la sua morte, qualcuno ne avesse letto i file sui computer al ministero, lasciandovi traccia. L’indagine, d’altra parte, puntava a prendere gli assassini, i mafiosi che, per ucciderlo, il 23 maggio 1992 avevano fatto saltare in aria addirittura un’autostrada. Un’esplosione perfetta nei tempi e devastante nella portata, simile a un atto di guerra, che Cosa nostra non si era mai sognata di fare prima. E che in seguito non avrebbe piu ripetuto. Per più di un paio di decenni, cosi, le copie cartacee del contenuto delle due agende sono rimaste sepolte negli archivi giudiziari, all’interno delle relazioni che ne fecero i consulenti, senza che fossero più studiate.

Vi sono incappato nove anni fa, quando mi sono occupato di Gioacchino Genchi, vicequestore aggiunto palermitano e consulente di procure e tribunali di mezza Italia in alcuni tra i processi piu delicati del paese, che era stato anche uno dei periti a occuparsi di quelle agende. L’altro, l’ingegnere Luciano Petrini, e stato ammazzato molto tempo fa, senza che sia mai stato preso il responsabile.

Genchi era stato consulente del pm Luigi De Magistris nell’inchiesta Why Not. Era stato scritto e detto che aveva intercettato qualcosa come 350.000 persone. Bollato dall’allora premier Silvio Berlusconi come “il più grande scandalo della Repubblica“. Accusato di avere un archivio segreto. Convocato dal Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, era stato indagato dalla Procura di Roma. Sospeso dalla polizia e successivamente destituito. Non era vero niente: negli anni a seguire i processi penali lo avrebbero visto definitivamente assolto e sarebbe stato reintegrato in polizia.

Ma in quei mesi la vicenda occupava ogni giorno le prime pagine dei quotidiani. Lo conoscevo da qualche anno. Ne avevo scritto su alcuni settimanali per poi realizzarne un lungo ritratto su L’Europeo. All’epoca dirigevo la collana di libri inchiesta Yahoopolis della casa editrice Aliberti. L’editore mi chiese cosi di scrivere un libro-intervista. Genchi non si capacitava della campagna d’odio imbastita nei suoi confronti. E voleva cosi non solo pubblicare gli atti dell’inchiesta che non gli avevano fatto terminare a Catanzaro, ma far conoscere a tutti il suo intero percorso professionale, che coincideva con le indagini sui veleni di Palermo e con quelle sulle stragi del 1992. Le sue mai concluse consulenze sulla strage di Capaci e su quella di via D’Amelio.

Quando è uscito il libro Il caso Genchi c’e stato un diluvio di polemiche. Richieste di sequestro, cause civili e penali inoltrate da un gran numero di esponenti istituzionali. Da parte mia ho avuto tuttavia come la sensazione che, comunque la si vedesse, non fosse stato detto tutto sul suo lavoro. Soprattutto per ciò che riguardava le indagini del 1992. Ho cominciato così a riprendere in mano i contenuti dei due databank, che Genchi mi aveva consegnato insieme a gran parte del suo lavoro utile a stilarne una biografia.  Raccontavano molto degli ultimi mesi del giudice, delle sue frequentazioni e delle sue amicizie: dettagli che, come le sue convinzioni su Cosa nostra, i suoi appunti e i suoi stessi verbali, erano stati interpretati in più modi, e mai presi alla lettera.

Ma, riguardandoli bene, studiandoli a fondo, i databank rivelavano anche altro. Confrontandoli con l’agenda grigia di Paolo Borsellino – l’unica rinvenuta –, con gli eventi di quegli anni e con una lunga serie di atti processuali, ma anche con gli scritti e i verbali di Falcone, emergevano diversi nuovi misteri, a partire dalla genesi stessa della strage di Capaci e dal racconto che ne avevano fatto gli esecutori.

Qualcuno sapeva. Cos’accadde allora? E una domanda che continuo a pormi. Di certo, come si vedrà in questo libro, se vogliamo accettare l’idea che la strage di Capaci e quelle successive siano state esclusivamente opera di Cosa nostra, non dobbiamo solo ignorare le anomalie sui reperti informatici di Falcone e ciò che vi era scritto, non dobbiamo solo ritenere marginale cio che accadde a Paolo Borsellino nei cinquantasette giorni in cui rimase ancora in vita, no.

Dobbiamo accettare anche che piu di qualcuno sia stato in grado di leggere il futuro e trasformarsi in un infallibile veggente. Uno su tutti il pentito dei due mondi, Tommaso Buscetta, che, lontano da tantissimi anni dall’Italia e sotto protezione negli Stati Uniti, riuscì a prevedere gli attentati al nostro patrimonio artistico prima ancora che fossero ideati proprio dai suoi acerrimi nemici, con cui evidentemente non aveva contatti.

Un suo incontro con Falcone a Washington, un mese prima della morte del giudice, venne confermato da autorevolissimi esponenti istituzionali americani e italiani. Negli stessi giorni Falcone aveva annotato sull’agenda rinvenuta un viaggio negli Stati Uniti. Il viaggio fu smentito dal ministero e dalle autorità. Ma cosa avrebbe fatto in quei giorni nessuno lo disse mai.