Un uomo triste, solitario e contrito al comando: Silvio Berlusconi. Paolo Sorrentino non cambia rotta. Loro 2 è l’ampliamento/allungamento di ciò che in Loro 1 una decina di giorni fa si era appena accennato. Nella seconda parte (al cinema dal 10 maggio 2018) niente più farsa, niente più spiritosaggini e divertite sorprese ideate dal protagonista Berlusconi, simpatico smargiasso alla riconquista della moglie annoiata. Stavolta Sorrentino fa sul serio. Riutilizza quella sua tradizionale e tipica allure da mestizia pop, all’interno di una più evidente struttura melodrammatica tra coniugi protagonisti, per mettere in scena una “celebrità” in crisi esistenziale nell’evo contemporaneo. Politicamente farlocco, emerito farabutto, inimitabile guascone, ma prima di tutto uomo, con tutte le sue fragilità, i suoi patemi d’animo, l’età che avanza e la morte che incombe, il Berlusconi di Sorrentino non è il criminale descritto nel Caimano morettiano, ma un signore incupito che non trova più la corrispondenza tra ciò che professionalmente e psicologicamente era stato e ciò che è e sarà. Non gli basta comprare i sei senatori per far cadere il governo di centrosinistra e tornare ad essere presidente del consiglio. Il dramma di Silvio in Loro 2 è che nessuno vuole assistere all’esplosione di quel vulcanetto artificiale che ha costruito nel bel mezzo del giardino della sua villa in Sardegna. Non vuole farlo Mike Bongiorno (Ugo Pagliai), non ci pensa proprio la bella e giovanissima prostituta Stella (Alice Pagani) e nemmeno quella Veronica oramai in fuga (Elena Sofia Ricci) vera frattura insanabile nella psiche del nostro, impossibile da ricomporre nemmeno con lo sputtanamento e l’esaltazione dei Bunga Bunga.

Loro 2 non inizia con un’allegoria animale come con la pecora di Loro 1, ma con Tamara (Euridice Axen) la moglie di Sergio Morra/Tarantini (Scamarcio) che si depila il pube a bordo piscina in attesa della chiamata del Berlusconi vicino di casa. Insomma, chi non ha visto Loro 1 non può penetrare con facilità dentro al secondo capitolo. Tutti i fili srotolati nell’1 hanno il loro consequenziale e ricco approfondimento narrativo nel 2. Tempo pochi secondi e Toni Servillo si sdoppia allo stesso tavolo nella sua villa sarda: Berlusconi ed Ennio (Doris?) in una chiacchierata tra amici dove si esaltano i bei tempi andati e le doti di Silvio piazzista/venditore. Ed è qui che Sorrentino dà la prima frenata per rallentare decisamente l’avvio di Loro 2. Berlusconi/Servillo si finge un generico venditore di appartamenti (e siamo a tre toni di voce differenti per l’attore napoletano) e telefona ad una signora a caso per piazzare una nuova casa. Parecchi ed interminabili minuti, parentesi prolungata, che ci fa intendere direzione e tono del discorso che il film avrà. Nulla riesce più a risollevare l’autostima e l’allegria di Berlusconi. E la fuga/separazione prima sussurrata, poi minacciata, infine reale, di Veronica Lario non fa altro che seppellire ulteriormente il nostro. Le prostitute che varcano la soglia delle ville berlusconiane non sono altro che una conseguenza di una fisicità decadente e inconcludente, un’ultima spiaggia dell’uomo potente che di fronte alla ragazzina che ne rifiuta sessualmente le avances (“hai l’alito di mio nonno, né profumato né maleodorante, solo quello di un vecchio”) non sa più dove sbattere la testa. 

Patetico il Berlusconi di Sorrentino. Patetico e vecchio, ingobbito e non più vigoroso. Niente pompette per il pene, ma solo balletti/stacchetti a cui il vecchio satrapo assiste assente e inerte. Nessuna Ruby nipote di Mubarak, ma solo l’inspiegabile e comunque “normale” compleanno di Noemi Letizia e tanta triste senilità. Loro 2 è infine il ritratto del divorzio tra Silvio e Veronica. La fine di un amore che cade a pezzi, l’architrave familiare che finisce in lite. Campi e controcampi serrati (uno dei blocchi narrativi più accattivanti del film) per diversi minuti dove i due oramai ex coniugi si rinfacciano accuse e colpi bassi. Veronica, che per diversi minuti sembra un po’ il megafono di ogni accusa antiberlusconiana sentita negli anni, oltre a ricordare al marito tra le mille critiche lo stalliere mafioso, le leggi ad personam, l’aiuto di Craxi e il lavoro sporco delegato agli amici, gli sottopone la domanda delle domande sull’origine patrimoniale della sua ricchezza. Domanda a cui Berlusconi/Servillo non risponde (“mi avvalgo della facoltà di non rispondere”), ma che a sua volta rilancia ricordando le scarse doti dell’attrice Lario e rifilando un altro colpo basso: “Perché sei rimasta con me tutti questi anni?”.

È come se Sorrentino, in una sorta di indulgenza plenaria da papa poco young ma democristianamente pilatesco, volesse esibire acriticamente senza parteggiare ogni punto di vista possibile su Berlusconi politico/uomo d’affari. Lasciando invece a lui, regista demiurgo, il decadente e solitario finale di partita della rappresentazione plastica e solenne del Berlusconi uomo ferito che cade. Ed è nel terremoto de L’Aquila che il regista napoletano trova la quadra di un discorso cinematografico metaforico che potrebbe addirittura diventare seriale. Nel senso che Loro 1 e 2 potrebbe essere stato addirittura pensato e stressato per almeno altri sette/otto epidosi. Il sisma che realmente distrusse la città abruzzese e che vide Berlusconi presidente del consiglio promettere new town e ritorno alla normalità si confonde con questa crisi personale del protagonista in un tripudio di citazioni felliniane sul finale e una carrellata sui visi di terremotati e vigili del fuoco che diventa puro vezzo stilistico e possibile metafora tra paese Italia e Berlusconi uomo. Magari qualche aquilano si incazzerà dell’uso piuttosto strano di questo tragico episodio di cronaca all’interno della lunga e a tratti indulgente cavalcata tardo berlusconiana a firma Paolo Sorrentino. Però Loro 1 e 2 è questo: prendere o lasciare. Da vedere uno fila all’altro, rigorosamente.