Loro 1 di Paolo Sorrentino è una raffinata farsa. E fa perfino molto ridere. Scurdámmoce ‘o passato. Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto. Chi ha dato, ha dato, ha dato. Con il dittico su Silvio Berlusconi, o almeno in Loro 1 che esce il 24 aprile, è così. Il regista napoletano abbandona gli svolazzi estetizzanti da Oscar e ritrova ispirazione e ritmo da commedia farsesca che sembra naturalmente nelle sue corde, e in quelle dell’oramai fido sceneggiatore Umberto Contarello. Pensate che da quando si è innamorato di B., della possibile rappresentazione di una sua maschera deformata del potere, Sorrentino ha perso pure la cognizione dello spazio, quindi del proprio affermato stile, dimenticando il suo più celebre marchio di fabbrica: la conturbante carrellata sul vuoto del cosmo. Nei primi trenta, quaranta minuti di Loro 1 ci prova pure a pennellarla, la carrellata; ma è chiaro che non è questa la soluzione migliore per il ricco materiale che ha a disposizione. Sorrentino è costretto a seguire il suo racconto a dir poco romantico/sentimentale su Berlusconi, denso come plasma nell’abbondanza di mezze copule del coro adorante e di tanto amore sfiorito dal tempo tra Berlusconi stesso e la Lario. Sostanza drammaturgica che ha il suo valido e naturale baricentro nel dialogo e nella parola, nella battuta comica e nella semplificazione dell’inquadratura.

“Tutto documentato, tutto arbitrario”, è l’esergo firmato Giorgio Manganelli (lo scrittore lo usò per il suo libro su Pinocchio ndr) che appare un attimo prima del primo piano di una pecora. Loro 1 inizia così. Con la solita stramba apoteosi del surreale che Sorrentino ama da qualche tempo delegare all’apparizione di animali apparentemente fuori luogo. Oltre alla pecora, tra l’altro, ritroveremo un barboncino alla Dudù, un rinoceronte impazzito per le strade di Roma e un sorcio, bizzarro omaggio al pattume romano, che provoca un incidente facendo finire un camion dell’immondizia in mezzo al Foro Romano. La prima parte del film la semplice descrizione dell’arrivismo di Sergio Morra (il Tarantini interpretato da Riccardo Scamarcio), un tizio che procaccia prostitute a politici e potenti, anche se in contesti sgarrupati, e che trova l’illuminazione della vita quando approfitta di una “ragazza” delle sue e intravede sul suo fondoschiena un tatuaggio con la faccia di Berlusconi/Servillo. Tempo un’oretta, dove Loro 1 sembra ricordare l’affabulante magia decadente di Sorrentino e in cui Sergio/Scamarcio con la moglie, in mezzo a fiumi di coca, tra salotti e balconi romani precipitati da La Grande Bellezza, e sfilate di ragazze (non proprio tendenti alla minore età) che serviranno per stupire l’ex Cavaliere, ecco che entra in scena Toni Servillo/Berlusconi.

Siamo nel 2006, anche se nessuno lo dice. Berlusconi è ai box, senza presidenza del consiglio, con un ex ministro meridionale (Fabrizio Bentivoglio), poeta come Bondi ma truccato come Pomicino, che vuol fare le scarpe al re dei bluff. Berlusconi ride, si fa beffa di tutti, fa battute sulla magistratura (quella sulla sentenza per mafia andava, ahinoi, aggiornata), ma soprattutto tenta di riconquistare l’annoiata Veronica. Qui Loro 1 diventa pura farsa, una specie di commedia sexy anni settanta alla Sergio Martino. Di là, nella villa di Sergio/Scamarcio, il godereccio drogato sovrappiù di senso con poppe, culi e “gnocca” al vento con full frontal di Kasia Smutniak e Euridice Axen (per noi vera sorpresa del film) in una riedizione di Spring Breakers di Harmony Korine; oltre il muretto in pietra, invece, nella quiete dei silenziosi bucolici spazi, Berlusconi guascone affabulatore fa qualsiasi cosa per avere l’attenzione della sofisticata Lario (Elena Sofia Ricci) che legge gli Adelphi e Saramago, reclamando un programma culturale su Canale 5 come quelli di Rai3.

Qui il meccanismo comico scoppietta e travolge come nulla al mondo. Immerso in un mare di servitù consenziente (il rapporto di B. con Apicella e un altro cantante vero, intruso sul finale, fa sbellicare), e con l’apparizione di un fuoriclasse del calcio che rifiuta l’assegno in bianco del Cav, tra Silvio e Veronica il rapporto non è mai al limite delle tensione, anzi ha un piacevole disincanto che permette al film di prendere un divertito e rapido ruzzolare verso una comicità istintiva e leggera. Insomma: meno spocchia e più risate crasse. Servillo veste i panni (estivi) di Berlusconi, ripropone i tre solchi rugosi tra occhi e tempie, un occhio addirittura lo chiude come fa l’originale, infine centra non tanto l’accento milanese (improbabile) quanto una determinata sicumera nel cantilenare delle affermazioni più o meno vere (“Non ho niente contro gli omosessuali, un 25% di me è gay solo che è lesbico”, l’ha detta davvero).

Lo sguardo di Sorrentino su Berlusconi ha comunque qualcosa di cortesemente indulgente. Una specie di osservazione bonariamente grottesca, tra clonazione di personaggi realmente esistiti (Tarantini, appunto, ma anche Ricucci, Sabina Began, Noemi Letizia, Patrizia D’Addario) e diverse figure completamente inventate (Dio, Crepuscolo, Cupa) che evocano rutilanti scenari misteriosi che forse verranno spiegati in Loro 2, che però fanno emergere soltanto la strabordante simpatia di Berlusconi. Eppure questo blando posizionamento politico davanti alla recente storia berlusconiana ha molto del Divo Andreotti nel tinello di casa travolto dal mal di testa o davanti alla tv con la moglie ad ascoltare Renato Zero. Chi si aspettava (forse i selezionatori di Cannes) un Caimano due rimarrà deluso.

Chi ha apprezzato la rappresentazione imprevedibile ma sostanzialmente mite di spassose ed eccentriche personalità sui generis dei primi film, gonfiata recentemente di un’allure internazionale-chic dimenticabile, sarà invece soddisfatto. Del resto Sorrentino nelle prime e per ora uniche note rilasciate ad accompagnare l’anteprima per la stampa di Loro 1 ha scritto: “Il racconto dell’uomo, innanzitutto, e in modo solo marginale del politico. Si potrebbe obiettare che si sa molto non solo del politico, ma anche dell’uomo. Io ne dubito. Un uomo è, per quanto mi riguarda, il risultato dei suoi sentimenti più che la somma biografica dei fatti. (…) In Fiesta, Hemingway scrive: “Non c’è nessuno che vive la propria vita sino in fondo, eccetto i toreri”. Ecco, parafrasando, forse l’immagine più compendiaria che si può avere di Silvio Berlusconi è questa: un torero”.