“La tomba di Gianluca è l’unica che non ha il marmo perché è pronta per essere portata via. Se questa è la giustizia e se questa è l’Italia, me ne vado e mi porto mio figlio perché non lo voglio lasciare in Calabria”. Da 13 anni Mario Congiusta chiede giustizia per chi, il 24 maggio 2005 a Siderno, ha ucciso suo figlio Gianluca, un ragazzo di 32 anni che ha pagato con la vita l’aver detto no alle richieste estorsive della ‘ndrangheta. Dopo cinque processi e due ergastoli inflitti dalla Corte d’Assise d’appello di Reggio Calabria al boss Tommaso Costa, nei giorni scorsi la Cassazione ha annullato, la seconda volta senza rinvio, la condanna, riconoscendo l’imputato colpevole solo di associazione mafiosa. Su richiesta del sostituto procuratore della Dda Antonio De Bernardo, il boss Costa era stato arrestato nel 2007 nell’inchiesta “Lettera morta” dalla quale era emerso che Gianluca Congiusta è stato ucciso con un colpo di lupara perché si era opposto al pizzo che la cosca di Siderno voleva imporre al suo futuro suocero.

“Lo hanno voluto punire – si sfoga il padre Mario – hanno voluto dire: ‘Nessuno si deve rifiutare’”. Secondo la Suprema Corte, Tommaso Costa è innocente nonostante sia già stato condannato al carcere a vita per un altro omicidio avvenuto sempre nel 2005, appena due mesi più tardi da quel colpo di lupara sparato su Gianluca. La sentenza, adesso, è definitiva. “Stanno dicendo ad altri giudici che non hanno capito nulla e che hanno sbagliato tutto – afferma Mario Congiusta – è possibile? La sentenza d’appello era blindata. C’era scritto che l’assassino era Tommaso Costa al di là di ogni ragionevole dubbio. Oggi non lo è più. Anche se venissero fuori altri elementi non può più essere processato”.

Durante il processo ha pesato anche un vuoto legislativo che ha impedito ai magistrati di considerare come prove le numerose lettere che il boss ha scritto dal carcere. “La mia privacy non può essere equiparata a quella di un criminale perché lo Stato mi offende – aggiunge il padre di Gianluca – ho chiesto di modificare la legge. Della questione ho scritto al ministro Orlando, ho scritto anche a Matteo Renzi. Ma nessuno mi ha mai risposto”. Sull’inutilizzabilità della corrispondenza del detenuto, già nel 2007 l’allora sostituto procuratore di Catanzaro Gerardo Dominijanni (oggi procuratore aggiunto di Reggio Calabria) aveva scritto, senza ricevere alcuna risposta, alla commissione parlamentare antimafia sottolineando “l’irragionevolezza” di una norma che necessità di una “modifica”. “Ricorre in questi giorni il 25 aprile – conclude Mario Congiusta – ma in Calabria non ritengo sia da festeggiare. Chi ha liberato la Calabria? Dalla ‘ndrangheta chi ci libera? Dobbiamo aspettare che arrivino gli americani a liberarci. Non voterò più. E mi sento un cretino perché ho perso 13 anni della mia vita credendo nella giustizia”.

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