Sognato da fan e palati fini ma anche osteggiato, temuto o addirittura sbeffeggiato per il loop artistico che lega il regista al suo feticcio tuttofare Toni Servillo (“La prossima volta interpreterà pure Padre Pio?”),  dopo una decantazione travagliata arriva al cinema Loro 1, il nuovo di film di Paolo Sorrentino.

La pellicola ha attirato numerose provocazioni; un polverone mediatico espanso all’ennesima potenza, inevitabile quando metti insieme il regista italiano più lodato e al tempo stesso più discusso (ma detentore di un Oscar), uno dei migliori attori sulla piazza e la storia del politico-imprenditore più indagato, potente – e all’incirca tutti gli aggettivi che potrebbero passarvi in testa – d’Italia.

La verità (almeno per adesso) è che Loro 1 – dal 24 al cinema e dal 10 maggio in compagnia del suo sequel – non è un primo capitolo ma un primo tempo. Un po’ come fu per Kill Bill o Nymphomaniac. Soltanto a inizio marzo s’iniziava a vociferare sulla possibilità di due episodi, ma l’ufficialità è stata data con un recente colpo di coda che ha spiazzato non poco esercenti e distributori nei confronti di film dall’uscita già programmata per questi giorni e d’un tratto a rischio.

Se non con il numero di schermi, sicuramente con la tenitura, visto l’altro bestione del 25 aprile: Avengers Infinity War della Marvel, discretissimo blockbusterone vicino alla ventina di star-supereroi nel cast, con la durata spacca-palinsesti di appena 2 ore e 40 e l’ambizione malcelata di fare il miliardo d’incasso globale. Che sarà mai se in un medio multisala italiano di 12 sale, più o meno sette saranno dedicate al Silvio Berlusconi sorrentiniano e ai tutoni salvamondo grondanti merchandising?

Un titolo che affronta questa tempesta perfetta è il valoroso Youtopia di Berardo Carboni. Il regista abruzzese il tema Berlusconi già lo trattò con l’immaginario rapimento di Shooting Silvio. Ma era dieci anni fa, storia vecchia. Che però suggerisce anche un altro bizzarro legame con Sorrentino: Carboni lo anticipava in qualche modo da tempo.

Strana la vita, soprattutto quando una ragazza fa soldi mostrandosi nuda sul web. Accade in questo film duro come uno schiaffo. La mamma – quarantenne depressa e incapace di tenere i conti domestici – s’indebita e la vendita della verginità della giovane Matilde diventa l’unica speranza di non perdere tutto il poco che hanno. Il farmacista orco – interpretato da Alessandro Haber – compra il “fiore di carne” di questa povera figlia, ma il percorso di ogni personaggio sarà dolente e macchiato di doppie vite che danno più pelle d’oca che rassicurazioni.

Matilda De Angelis e Donatella Finocchiaro, intense e credibilissime, tessono un rapporto madre/figlia fisico e profondo che capovolge i ruoli, sbatte in faccia allo spettatore la sconfitta della generazione dei quarantenni e getta un filo di luce su ventenni e millenials: la speranza. O l’illusione. Controverso sui divieti censori, dal finale aperto a più interpretazioni con una messa in scena visionaria e colma d’invenzioni, riflette sui cieli luminosi e i corridoi bui del web, sulla moralità più in vendita del corpo e più ancora sull’onnivoro potere dei soldi. Siano essi soluzione disperata o lasciapassare al più vietato dei piaceri.

I soldi, invece, determinano il passaggio al potere, cartina al tornasole per lo pseudo-Gianpaolo Tarantini di Riccardo Scamarcio in Loro 1, che con la compagna truffaldina organizza festini esca – anzi escort – per Berlusconi/Servillo. L’istrione teatrale prevale sul lattice. Non tutto è perfetto (il milanese a volte traballa, mentre il nipotino è curiosamente romano) ma questa parodia seria col sorriso stampato in faccia fa paura e tenerezza. Sì, perché i cattivi sono loro, non lui. Per ora. I cortigiani bassi e alti che serpeggiano d’invidia e trame ricattatorie. Ognuno nel nuovo circo Sorrentino rappresenta una scheggia malata d’Italietta. Vizi annidati in false virtù dove il pubblico che ha votato quella parte politica almeno una volta nella vita si vedrà deriso, accusato.

Elena Sofia Ricci incarna la depressa Veronica Lario, Fabrizio Bentivoglio un ex-ministro simil-Sandro Bondi dai pruriti incoffessabili, il melanconico Mariano Apicella chitarra munito di Giovanni Esposito rosica dolcemente e per ora la prima entrata in scena del simil-Stefano Ricucci battutaro di Ricky Memphis o la pseudo-Sabina Began con il corpo di Kasia Smutniak si uniscono a segnare un nuovo livello di spietata mitologia del degrado firmata Sorrentino.

La poesia non sta negli uomini ma nelle bestie: una pecora, un rinoceronte e un ratto come escamotage visivi per dirci tanto altro (lo avevamo visto tra giraffa e fenicotteri ne La grande bellezza), ma i corpi nudi e intontiti delle mille ragazze in scena masticano la trivialità che abbiamo vissuto in 20 anni di berlusconismo. Niente filtri al sentire, niente morali dirette, bensì allusioni paradossali e metaforiche che capiremo davvero non al completarsi con Loro 2, ma solo tra qualche lustro. Quando il nostro non sarà più tra noi a dettar governi. Anche Il Divo apparì completamente chiaro soltanto alla dipartita di Giulio Andreotti. Il gioco di specchi del regista napoletano però non cambia: la grande bellezza ostentata nasconde le bruttezze più basse. Le Loro? No, le nostre.

Certo, se in pieno vortice #MeToo Cannes avesse accettato in concorso una Sodoma e Gomorra del genere sai che gaffe internazionale. È vera anche la speranza di qualcuno che sostiene la possibilità di un annuncio tardivo come evento speciale per Loro 2 sulla Croisette. Chissà se i francesi si piegheranno a mangiare la mela del peccato. Noi ce ne abbuffiamo da anni, adesso sta a Loro.

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