“La signora spiega il suo stato d’animo”.  Da Rotterdam, dove la Dea e il procuratore nazionale olandese lo hanno invitato all’International Drug Enforcement Conference (la conferenza internazionale antidroga), il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri non ha nessuna intenzione di parlare dell’inchiesta sull’autobomba esplosa a Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, dove è stato ucciso il quarantaduenne Matteo Vinci ed è stato ferito il padre Francesco, ancora ricoverato all’ospedale di Palermo. “Ci sono indagini in corso e non posso fare nessun commento sull’inchiesta che il mio ufficio sta coordinando per fare luce sull’attentato”.

Il magistrato ha ascoltato le parole di Rosaria Scarpulla, la madre di Matteo Vinci che, intervistata poche ore dopo l’esplosione della Ford Fiesta, ha puntato il dito contro la famiglia di Rosaria Mancuso, parente dei boss di Limbadi, con la quale da anni si scontra per questioni di vicinato. Soprusi, angherie, denunce, aggressioni e pestaggi. Tutto per un pezzo di terra che, stando a quanto raccontato dalla signora Scarpulla, la sua famiglia non ha mai voluto cedere ai parenti dei boss. Si è arrivati addirittura ad arresti per rissa (dei Vinci), ricoveri in ospedale e a procedimenti civili con i Mancuso sempre a piede libero. “Eravamo noi i galeotti” è stato lo sfogo della donna davanti alla telecamera de ilfattoquotidiano.it. “Sono parole forti ma ci sono tante cose che non posso dire perché ci sono indagini in corso”. Il procuratore Nicola Gratteri parla solo in generale. Se ci sono state omissioni da parte delle forze dell’ordine o collusioni da parte degli enti preposti a far rispettare le leggi, lo stabilirà l’inchiesta sulla quale, al momento, c’è il massimo riserbo. Se le omissioni sono state della magistratura, invece, non sarà la Dda di Catanzaro a occuparsene ma quella di Salerno per competenza.

Una cosa è certa per Gratteri: “Se siamo a questo stadio ad oggi è perché non tutti si sono impegnati a fare il loro dovere. E questo riguarda la magistratura, le forze dell’ordine, il giornalismo e tutte le istituzioni”. Un concetto che poche ore fa il magistrato calabrese ha spiegato anche a Rai Radio1. Durante la trasmissione La radio ne parla ha tirato in mezzo anche la politica: “La gente – dice Gratteri – non si fida perché negli anni molti di noi e delle forze dell’ordine non sono stati degni di essere uomini delle istituzioni. La ‘ndrangheta sta sul territorio, la politica no. Si fa vedere solo 20 giorni prima del voto. E invece la politica dovrebbe avere il coraggio e la libertà di creare un sistema giudiziario proporzionato alla gravità della situazione italiana. Quindi cambiare le regole del gioco al punto che non dovrebbe essere più conveniente delinquere”. “Da quando sono alla Dda di Catanzao – aggiunge Gratteri – ogni settimana arrestiamo almeno 10 persone indagate per mafia. In un anno e mezzo ho ricostruito questo ufficio, dal punto di vista numerico e motivazionale. Qui non è un posto di pace, ma un posto di guerra. Bisogna venire qui con la mentalità di guerra. La gente si preoccupa dei migranti e di lavoro ma non capisce quanto la mafia impedisca lo sviluppo delle imprese. Si calcola che la presenza della mafia in Calabria incida sulla mancata crescita del pil regionale per il 9%”. Parole che, nonostante non facciano riferimento alle indagini sulla morte di suo figlio, Rosaria Scarpulla si aspettava di sentire. E torna in mente l’appello della “mamma coraggio” a margine dell’intervista fatta l’indomani dell’autobomba che le ha ucciso il figlio: “Ho fiducia in questo giudice. Lo sento parlare molto al popolo. Lui è un combattente. Altri giudici non lo fanno perché non si immedesimano nella popolazione”.