Mentre a Strasburgo il Parlamento europeo si prepara a dare il via libera al pacchetto di misure sull’economia circolare, in Italia le multiutility sono al lavoro per ottenere maggiori risorse per l’incenerimento. In ballo ci sono qualcosa come 50 milioni di euro all’anno, che andrebbero a finanziare la combustione e lo smaltimento in discarica della plastica buttata dai cittadini nell’indifferenziato. Nella distrazione post-elettorale e proprio nel momento in cui l’Europa chiede di riusare e riciclare di più. Il nuovo contributo è previsto in una bozza di proposta che circola in questi giorni tra le aziende di igiene urbana e potrebbe essere introdotto con una revisione dell’Accordo sulla raccolta differenziata tra l’Anci e il Conai, il Consorzio nazionale degli imballaggi.

Quest’ultimo, tramite i suoi sei consorzi dei materiali, paga i Comuni per la raccolta differenziata: l’accordo, ogni cinque anni, stabilisce quanto. La scadenza è prevista per il 2019, ma mentre Anci ancora sta a guardare, le utility avanzano proposte di modifica cercando di aggiudicarsi soldi e poltrone. D’altra parte, nonostante formalmente non siano parte in causa, sono loro a incassare per delega dei Comuni gran parte dei soldi in arrivo dai consorzi. Solo per la plastica, la partita più lucrosa, i corrispettivi relativi all’87 per cento dei rifiuti passano attraverso soggetti delegati. E ora le aziende, oltre a gestire direttamente gran parte di questi contributi (che in totale valgono 280 milioni di euro nel 2016, circa 1,5 miliardi in 5 anni) e a fare da ago della bilancia attraverso i propri impianti di smaltimento, vogliono anche contare di più e ottenere più soldi per l’incenerimento.

Più poltrone ai privati, meno ai pubblici
Nella bozza di proposta che circola tra le aziende e che ilFattoquotidiano.it ha potuto leggere, i gestori dell’igiene urbana propongono che nei due comitati paritetici Anci-Conai incaricati di monitorare l’applicazione del nuovo accordo, 6 delle 13 poltrone dei Comuni vadano ad associazioni industriali del settore, con il risultato che a quel punto chi rappresenta strettamente l’interesse pubblico si troverebbe in minoranza (appena 7 posti su 26). Nemmeno una riga invece è dedicata alla trasparenza di questi organi, di cui oggi non sono resi pubblici né i componenti, né gli emolumenti, né i verbali: le condizioni ideali per l’annidarsi di opacità e potenziali conflitti di interesse.

Un incentivo agli inceneritori 
Ma soprattutto le multiutility chiedono a Corepla, il consorzio del Conai per la plastica, di affiancare ai 280 milioni di euro annui di contributi per la raccolta differenziata altri soldi non previsti dalla legge. La proposta è una specie di sovvenzione da 80 euro a tonnellata per gli imballaggi plastici buttati dai cittadini nell’indifferenziato e bruciati o comunque trattati per lo smaltimento. Un mare di soldi: nel 2016 le confezioni di plastica contenute nel sacco nero e da qui finite negli inceneritori sono state 615mila tonnellate, che moltiplicate per 80 euro portano ad oltre 49 milioni di euro. Rappresentano quasi il 30 per cento degli imballaggi immessi sul mercato e se si considera che sono in continuo aumento (erano 450mila nel 2012), si capisce quanto la partita appaia interessante.

Se si scoraggia la differenziata 
Oltre a sovvenzionare i forni, però, quei 50 milioni di euro all’anno potrebbero avere anche un altro effetto distorto: mettere a rischio la raccolta differenziata, prospettando alternative più convenienti. Lo stesso Corepla, infatti, è in deficit. Secondo i dati comunicati alla Commissione bicamerale d’inchiesta sui rifiuti, per ogni tonnellata di imballaggi plastici gestiti perde in media 365 euro (dato 2015), che diventano 479 euro (stima 2016) nel caso di rifiuti bruciati anziché riciclati. Dirottando una parte di rifiuti verso il sacco nero, i costi però crollerebbero di botto agli 80 euro proposti dalle multiutility, con risparmi significativi.

E che dire degli enti locali? “Oggi nella maggior parte del territorio italiano, quella della plastica è una raccolta in perdita per i Comuni, se fosse istituito un corrispettivo per gli imballaggi avviati a recupero energetico, quale Comune continuerebbe a fare la differenziata?”, dice a ilfatto.it il delegato Anci ai rifiuti ed energia Ivan Stomeo, sindaco a Melpignano, in provincia di Lecce. “Ognuno è libero di fare gli esercizi che vuole ma la contrattazione vera sarà tra il Conai e l’Anci e al centro non ci saranno gli incentivi all’incenerimento, a cui sono fermamente contrario. Quei soldi vanno usati piuttosto per la riduzione dei rifiuti e la crescita del riciclo, oltre che per aumentare le marginalità dei Comuni, tema su cui lavoreremo”.

Quanto i contributi Conai coprano la spesa maggiore sostenuta dagli enti locali per la differenziata come prevede la legge, infatti, è un tema sensibile: per l’Antitrust solo il 20 per cento, secondo uno studio economico sui rifiuti appena realizzato dal deputato 5 stelle Alberto Zolezzi poco di più, il 25 per cento. Al momento una delle armi delle utility, però, sta proprio nei dati: alla base della trattativa ci sarà il loro studio ancora riservato sui costi della differenziata, mentre l’Anci non ha ancora commissionato nessuna ricerca su questo, né sa dire paradossalmente quanti dei 280 milioni di euro finiscano davvero nelle casse dei Comuni.

Ma l’Europa chiede altro 
Come invece i contributi all’incenerimento potrebbero convivere con le leggi italiane ed europee è un’altra storia. La norma italiana dice che la differenziata è obbligatoria e prevede che il contributo ambientale Conai serva a pagare le spese dei Comuni per fare questa raccolta e non altro. Non solo: l’Ue da tempo ha stabilito che il riuso e il riciclo degli imballaggi devono avere la precedenza rispetto all’incenerimento e alla discarica e con il nuovo pacchetto sull’economia circolare che sarà votato definitivamente a Strasburgo a metà aprile, introduce obiettivi di riciclo più stringenti. Per rispettare davvero quello che chiede l’Europa, quei 50 milioni di euro all’anno dovrebbero essere usati per creare sistemi di vuoto a rendere o di deposito su cauzione degli imballaggi, per fare ricerca su confezioni più facili da riciclare, o per riuscire a trovare maggiori applicazioni per quelli che troppo spesso finiscono bruciati. Ancora oggi, infatti, oltre 300mila tonnellate di rifiuti plastici che il cittadino butta nella differenziata poi tornano agli inceneritori, perché le alternative sono poche o nulle.