Maltrattati e vilipesi, Sanremo ce l’ha sempre avuta coi genovesi. Non vale chiamare Gino Paoli come ospite della terza serata dell’edizione 2018 targata Baglioni-Hunziker-Favino. Quel palco sulla riviera di ponente ad un tiro di schioppo dai caruggi non è mai stato lo spazio più amato, e altrettanto amorevolmente ricambiato, dalla cosiddetta scuola genovese. Quella di Bruno Lauzi, Umberto Bindi, Luigi Tenco, Ivano Fossati, Fabrizio De André.

Sergio Endrigo, l’oriundo del gruppo, lui che era di Pola, infatti un festival l’ha vinto. 1968, Canzone per te. Omaggiata poche ore fa senza un minimo di pietà e di rispetto dagli inqualificabili Il Volo. Dicevamo dei genovesi. Ecco va bene che stasera canta Paoli, assieme al pianista Danilo Rea, ma proprio con quella città infiorettata di lustrini e paillettes allo stesso autore di Senza Fine non ha mai dato nulla. Cinque Sanremo (magnifica Questa volta no nel 1989) e cinque nulla di fatto, se non per un misero terzo posto solo nel 2002 a 68 anni.

Del resto era proprio De Andrè a dire ai microfoni di Enzo Biagi ciò che pensava del Festival. “Se si trattasse di una gara di ugole. Se io pensassi di essere attrezzato per fronteggiare delle ugole sicuramente migliori della mia, se fosse solo un fatto di corde vocali, la si potrebbe ancora considerare una competizione quasi sportiva, perché le corde vocali sono pur sempre dei muscoli. Nel mio caso dovrei andare ad esprimere i miei sentimenti o la tecnica con i quali io riesco ad esprimerli, e credo che questo non possa essere argomento di competizione”.

Fabrizio non c’è mai andato, insomma. Lauzi una volta sola nel 1965. Bindi due volte (la seconda solo nel 1996 quando rivelò la discriminazione partita proprio dal festival per la sua omosessualità). Fossati una volta con i Delirium nel 1972. Tenco una volta ed è quella fatale del suicidio nel 1967. Insomma l’esistenzialismo degli chansonnier genovesi, un po’ maledetti e un po’ bohemienne, la malinconia del reale colta tra le strofe per almeno dieci anni, non compie mai il salto definitivo tra le canzonette.

Gino Paoli, poi, paradossalmente, diventa tra loro forse il più romantico. “Il cielo in una stanza” dove le pareti si annullano con la sola presenza dell’amata e diventano alberi. “Senza fine”, dove l’attimo dell’amore si prolunga all’infinito. E poi quel “Sapore di sale”, con ancora lo stampo dell’amata addosso sulla labbra e sulla pelle, che diventa uno tra i brani più cantati per i decenni a venire. Sul finire degli anni ottanta Paoli rilancia un pop semplice e gentile con due album meravigliosi – L’ufficio delle cose perdute (dentro c’è Hey ma – “Sarà vero che il colore è solo luce/E la luce è la speranza”), Matto come un gatto dove ci sono i celeberrimi Quattro amici (al bar) – e un brano pazzesco in coppia con Zucchero, Come il sole all’improvviso.

Pensare che tutto questo ben di dio musicale non abbia mai filtrato con il Festival della Canzone Italiana è un vero peccato. Impossibile pulire l’onta con qualche ospitata. E i genovesi silenziosi mica se la sono ma presa più di tanto. Del resto lo cantava Paolo Conte, un astigiano che guardava verso Sud il mare ligure dirimpetto con fare sornione e sospetto: “Con quella faccia un po’così/Quell’espressione un po’ così/Che abbiamo noi prima d’andare a Genova”.