“Morte del reo”. Con il decesso di Aldo Micciché, avvenuto in ospedale nelle settimane scorse, si è chiuso così l’ultimo stralcio del processo “Cento anni di storia” contro la cosca Piromalli di Gioia Tauro. Arrestato a Caracas, in Venezuela, nel luglio del 2012 dopo quattro anni di latitanza, Micciché era ritenuto dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria un faccendiere di professione, l’uomo dai mille volti che avrebbe fatto da tramite tra la ‘ndrangheta e, addirittura, il senatore Marcello Dell’Utri. Rimarranno tali i segreti che gli hanno consentito di diventare da ex dirigente della Democrazia cristiana (è stato segretario provinciale) a imprenditore del petrolio in Venezuela dove, per conto della ‘ndrangheta, avrebbe garantito il voto degli italiani all’estero. Condannato in primo grado a 11 anni di carcere, il suo nome era comparso nelle carte dell’inchiesta “Cento anni di storia”, coordinata dal sostituto procuratore Roberto Di Palma.

Seguendo l’emissario della cosca Piromalli, Gioacchino Arcidiaco, il magistrato reggino si è imbattuto nel personaggio che doveva aprire alla ‘ndrangheta la porta della politica che conta, quella di Forza Italia attraverso Marcello Dell’Utri. Era Micciché, in sostanza, che istruiva Arcidiaco su cosa dire a Dell’Utri. “La Piana è cosa nostra… – sentono gli investigatori dalla viva voce di Micciché – Fagli capire che il porto di Gioia Tauro lo abbiamo fatto noi… fagli capire che in Aspromonte e tutto quello che succede là sopra è successo tramite noi. Fagli capire che in Calabria o si muove sulla jonica o si muove sulla tirrenica o si muove al centro ha sempre bisogno di noi”. Cinquantamila voti truccando le schede in cambio di 200mila euro in contanti e i benefici sull’applicazione del 41 bis ai boss di Gioia Tauro. Sarebbe stata questa la contropartita per le elezioni politiche del 2008. E per avere la certezza che il centrodestra ottenga il risultato, Aldo Micciché fece un rogo con le schede elettorali degli italiani residenti in Venezuela.

“Stiamo perdendo, le ho bruciate tutte” è il contenuto della telefonata tra il faccendiere calabrese e il suo interlocutore italiano, Filippo Fani, dirigente del Pdl e stretto collaboratore di Barbara Contini, all’epoca capolista a Napoli di Forza Italia. “Ciao Marcello, sono Aldo, Aldo Micciché. Posso darti una mano qui in Sudamerica?”. Così al fedelissimo di Silvio Berlusconi si rivolgeva Micciché che amava farsi chiamare “deputato” anche se non è mai stato eletto al Parlamento. Il nome del faccendiere, originario di Maropati, negli anni è comparso in numerose inchieste come quella sulla vendita di centinaia di case prefabbricate destinate ai terremotati dell’Irpinia. Ma non solo: nella sua vita è stato coinvolto anche in un’indagine su un finanziamento di 800 milioni di lire ottenuto da una banca svizzera con una documentazione falsa. Sarebbe stato, inoltre, in contatto anche con la banda della Magliana intervenendo in favore di un detenuto del gruppo criminale romano in cambio di 25 milioni di lire. Il pentito Maurizio Abbatino, infine, aveva riferito circa il tentativo di aggiustare la posizione processuale di uno degli imputati del processo per l’omicidio di Mino Pecorelli. Tutti misteri che Aldo Micciché si è portato con sé nella tomba.