Ho letto con piacere la proposta del Presidente del Senato Pietro Grasso, che ha lanciato l’idea di abolire le tasse universitarie. Ho letto con altrettanto piacere la ridda di discussioni e polemiche che tale proposta ha fatto scaturire. Il motivo per cui, da ricercatore precario, trovo tale discussione interessante è evidente: finalmente l’Università è tornata al centro della discussione politica, spingendo gli elettori a porsi interrogativi importanti, del tipo: cos’è, per me, il diritto allo studio cui fa riferimento la nostra Costituzione, quando recita, all’art. 34: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”? È opportuno che tutti abbiano lo stesso diritto di accesso agli studi o che venga, invece, commisurato alle risorse finanziarie della famiglia di provenienza?

È un interrogativo importante a cui ciascuno tende a rispondere in base alle proprie inclinazioni politiche o alla propria estrazione sociale. Veniva fatto osservare che in alcuni paesi europei le tasse universitarie non esistono affatto. Serve forse ricordare al lettore che la situazione dell’università italiana, dopo anni di tagli draconiani ai Fondi di Finanziamento Ordinario, si va facendo sempre più complessa. È altresì importante ricordare che negli scorsi anni è calato il numero degli immatricolati, soprattutto tra le famiglie meno abbienti e al Sud, dove le condizioni di reddito delle famiglie più condizionano la decisione di investire o meno nella formazione universitaria.

Questo fa sì molto male, oltre a essere in aperto conflitto con quanto previsto dal successivo paragrafo dell’art. 34: “La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”. Il calo delle risorse ha colpito la disponibilità di borse di incentivazione alle immatricolazioni, ma anche di dottorato.

La proposta di Grasso può essere utile per rimediare al calo degli immatricolati e invertire la tendenza. D’altro canto, sul piano dell’organico delle Università, si assiste da anni alla riduzione dei turn over, soprattutto al Sud. I pensionamenti lasciano sguarniti interi settori disciplinari. Secondo l’Associazione Dottori di Ricerca ADI, “nel 2017 il saldo complessivo del personale docente (ordinari, associati, ricercatori) è negativo: meno 922. “Il piano straordinario di ricercatori di tipo B non è stato in grado di tamponare i pensionamenti””.

Va ricordato che la riforma Gelmini ha assestato il colpo peggiore alla nostra università, eliminando la figura cerniera del ricercatore a tempo indeterminato. In linea teorica, dopo la riforma, decorso un certo numero di anni di ricerca nel limbo del precariato, o si accede al ruolo di Ricercatore tipo B (praticamente un professore associato) o si va a casa senza appello. Ma in un contesto in cui non vengono nemmeno assicurati i turn over dove si dovrebbero reperire le risorse per garantire a un ricercatore precario il budget da professore associato? Sarebbe più facile reperire quelle per coprire posti da ricercatore, ma l’occhiuta ministra provvide a depennare proprio la figura che per anni ha dato peso e sostanza agli organici delle nostre università.

Inoltre, è giusto far rilevare che quella riforma assai poco ha scalfito i diritti dei cosiddetti “baroni”, che di fatto si sono ritrovati a gestire con ancor più potere i destini scientifici e umani dei precari. Al contempo, ha reso assai complicata la vita di questi ultimi. La riforma Gelmini ha provveduto assai efficacemente a eliminare i precari, non certo il precariato.

Se si intende metter mano al problema dell’Università, a mio modesto avviso, si deve seriamente prendere in considerazione anche questo punto cruciale: reintrodurre il ruolo del ricercatore a tempo indeterminato e, certamente, incentivare le immatricolazioni.