Dopo diverse riunioni in cui nell’Ue non si era raggiunta la maggioranza qualificata circa il rinnovo della autorizzazione all’uso del glifosato, molti speravano che nell’ultima riunione utile, quella del 29 novembre, le ragioni della tutela della salute umana e dell’ambiente prevalessero finalmente su quelle delle lobby e l’Ue si pronunciasse quindi contro il rinnovo di questo discusso erbicida. Purtroppo così non è stato perché, nonostante il voto contrario di paesi importanti come Francia e Italia, grazie invece al voto favorevole della Germania l’autorizzazione all’uso del glifosato è stata rinnovata per altri 5 anni. La posizione della Germania è stata davvero sconcertante perché nelle precedenti votazioni si era sempre astenuta e questa volta, dopo che il ministro Schmdit aveva espresso il voto determinante del suo paese al rinnovo dell’autorizzazione, la cancelliera Angela Merkel si è affrettata a smentirne l’operato dichiarando che questa non era la decisione del governo.

La cosa appare abbastanza ridicola e sembra più un “balletto” delle parti per uno scarico di responsabilità: sta di fatto però che ancora una volta l’Ue ha perso una buona occasione per dimostrare di essere dalla parte della salute dei suoi cittadini e dell’ambiente. Non ci vuole molto ad ipotizzare che nella scelta della Germania abbiano avuto un peso preponderante le trattative in corso per una fusione fra Bayer e Monsanto.

La battaglia contro questa molecola ha visto in tutta Europa ed anche nel nostro paese una mobilitazione davvero enorme: oltre 1 milione e 300.000 firme sono state raccolte per mettere al bando la molecola con l’Ice (Iniziativa Cittadini Europei) e nel nostro paese la Coalizione Stop Glifosato, costituitasi nel 2015,conta oggi l’adesione di 51 associazioni. Tuttavia l’azione di sensibilizzazione ed informazione che ha preso lo spunto dalla battaglia contro il glifosato – diventato il simbolo del contrasto all’agricoltura industriale – non è certo stata vana perché, oltre alla maggior consapevolezza dei cittadini, numerose amministrazioni comunali e regioni, come Calabria e Toscana, hanno già preso provvedimenti concreti per la sua messa al bando, escludendo ad esempio dai sussidi economici le aziende che continuano ad utilizzarlo.

Al di là degli effetti sulla salute umana e sull’ambiente – di cui a più riprese ho riferito – è interessante quanto espresso da Riccardo Valentini, scienziato del CMCC (Centro Euromediterraneo per i Cambiamenti climatici) che, a proposito della proroga al glifosato concessa dalla Ue, ha affermato che tale decisione “si rivelerà un boomerang perché rallenterà la diffusione di un’agricoltura di qualità, non più dipendente dall’abuso di fertilizzanti e altri prodotti chimici. E questo sarà un problema anche dal punto di vista della lotta ai cambiamenti climatici… la sua proroga è di fatto un incentivo a rinviare l’adozione di nuovi modelli agricoli, più sostenibili e più attenti a salute e ambiente”.

L’agricoltura industriale, come oggi la conosciamo, contribuisce per circa il 20% alle emissioni globali di gas clima alteranti, ma una agricoltura conservativa, radicalmente diversa, può, viceversa, essere un fattore decisivo per contrastare i cambiamenti climatici. E’ noto infatti che se aumenta la fertilità dei suoli, oggi gravemente compromessa proprio a causa della chimica utilizzata in agricoltura, si realizza il sequestro di CO2 dall’atmosfera attraverso l’incremento di carbonio organico nel suolo. Ci siamo dimenticati che il suolo è “la radice della vita” e rappresenta il più grande serbatoio terrestre di carbonio; ma ormai gran parte dei suoli italiani è in via di desertificazione – se non già desertificata – con tutto ciò che ne consegue. L’incremento di carbonio organico in terreni coltivati in modo biologico è infatti pari a 3,5 t/h, rispetto all’1,98 t/h dei terreni non coltivati.

L’agricoltura conservativa – di cui sempre più si parla ed in cui il controllo delle erbe infestanti viene fatto senza usare la chimica – non è un ritorno al passato ma la strada concreta per permettere la vita (compresa quella di noi umani) sul pianeta.