Carte di soggiorno in cambio di denaro. È per questo che sei agenti di polizia dell’ufficio immigrazione di Milano sono stati arrestati dagli uomini della . I poliziotti, secondo l’accusa, intascavano da poche centinaia di euro ad alcune migliaia. Il reato contestato è la corruzione. Quattro sono finiti in carcere con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata all’illecito rilascio di permessi di soggiorno, oltre a falso in atto pubblico e accesso abusivo a sistemi informatici. Per due sono stati disposti gli arresti domiciliari perché estranei all’associazione. Arrestati anche due mediatori: indagati anche un altro agente e per un dipendente del ministro dell’Interno. I poliziotti, secondo il gip di Milano Livio Cristofano, per organizzare “la gestione illecita delle pratiche amministrative”, avrebbero usato “canali di comunicazione a circuito interno”, tra cui “numerose utenze di copertura, le cosiddette ‘citofono’ intestate a cittadini extracomunitari e sistemi di messaggistica telematica tipo WhatsApp e Telegram”. Le utenze ‘citofono’ sarebbero, è stato spiegato, cellulari di vecchia generazione e difficilmente intercettabili.

Secondo la Procura gli agenti ritenuti “promotori” e “compartecipi” dell’associazione, si sarebbero introdotti “abusivamente a sistemi informatici protetti”, avrebbero avocato “artificiosamente la competenza territoriale degli uffici amministrativi, attestando falsamente la sussistenza dei requisiti obbligatori per la concessione/rinnovo illegittimo del permesso di soggiorno, il tutto a fronte del pagamento – è scritto nell’ordinanza – di somme di denaro o la dazione di altre utilità”.

Le “modalità” e le “circostanze con cui sarebbe stato gestito il “giro di permessi di soggiorno ‘facili'” “appaiono sintomatiche di personalità avvezze ad illeciti traffici e al mercimonio delle proprie funzioni pubbliche” scrive il gip, condividendo l’osservazione del pm Paolo Filippini, titolare dell’indagine, secondo cui la probabilità che gli indagati possano reiterare il reato “trasuda evidente dall’intero quadro indiziario”. Per il giudice inoltre la “sistematica” ripetizione delle “condotte criminose“, di cui quelle attualmente contestate sono “solo una porzione”, “impone di ritenere che gli indagati abbiano eletto – come sistema di vita e quale metodo di integrazione sistematica del proprio reddito – l’abituale ricorso a condotte illecite” con il ricorso “a forme di corruzione del pubblico ufficiale”.