Non ci sono più appigli per rinviare l’aumento dell’età pensionabile a 67 anni dal 2019. I nuovi dati Istat sulla speranza di vita degli italiani, infatti, attestano che per i neonati è salita a 82,8 anni (4 mesi in più rispetto al 2015) e per i 65enni arriva a 20,7 anni, allungandosi di cinque mesi rispetto a quella registrata nel 2013. Quindi sulla base delle regole attuali l’età per la pensione di vecchiaia dovrebbe arrivare appunto dagli attuali 66,7 anni a 67 anni nel 2019: spetta ora al ministro del Lavoro Giuliano Poletti emanare il decreto ministeriale per l’adeguamento automatico previsto dalla manovra estiva del luglio 2010, governo Berlusconi.

La speranza di vita alla nascita – scrive l’Istat – risulta come di consueto più elevata per le donne, 85 anni, ma il vantaggio nei confronti degli uomini (80,6 anni) si limita a 4,5 anni di vita in più. A 65 anni la prospettiva di vita ulteriore presenta una differenza meno marcata tra uomini e donne (rispettivamente 19,1 e 22,3 anni) rispetto a quella che si registra alla nascita.

La prospettiva di un innalzamento dell’età pensionabile ha suscitato la reazione dei sindacati. “Non tutti i lavori sono uguali, il governo mantenga fede agli impegni assunti”, hanno scritto in una nota congiunta Cgil, Cisl e Uil, chiedendo il blocco dell’adeguamento all’aspettativa di vita. “L’adeguamento automatico comporta conseguenze preoccupanti in un mercato del lavoro caratterizzato da un’elevata disoccupazione sia giovanile che over 50, e in cui sono ancora evidenti le ferite causate dall’aumento repentino dei requisiti pensionistici dovuto alla legge Monti-Fornero“, continuano Cgil, Cisl e Uil. Ultima contestazione, l’esattezza delle stime: “In più di un’occasione l’Istat ha rettificato misurazioni prodotte anche con notevoli oscillazioni – spiegano i sindacati – come nel caso del Pil lo scorso giugno”.

Il 2016 è stato l’anno più favorevole tra gli ultimi quattro sotto il profilo della sopravvivenza. Il tasso standardizzato di mortalità è pari all’8,2 per mille, inferiore anche a quello riscontrato nel favorevole 2014 (8,4 per mille). Il picco di mortalità del 2015, anno in cui si rileva un tasso standardizzato dell’8,8 per mille risulta riassorbito. L’istituto di statistica precisa che nel 2016 tassi standardizzati di mortalità più alti si riscontrano nel Mezzogiorno: 8,8 per mille complessivo, 9,6 per mille in Campania, 9 per mille in Sicilia. I più longevi in Italia sono gli abitanti del Trentino Alto-Adige. Sono 2,7 gli anni che separano le donne residenti in Trentino-Alto Adige, le più longeve nel 2016 con 86,1 anni di vita media, dalle residenti in Campania che con 83,4 anni risultano in fondo alla graduatoria.

Rispetto a 40 anni fa la probabilità di morire nel primo anno di vita si è abbattuta di oltre sette volte, mentre quella di morire a 65 anni di età si è più che dimezzata.
Un neonato del 1976 aveva una probabilità del 90% di essere ancora in vita all’età di 50 anni, se maschio, e a quella di 59 anni, se femmina. Quaranta anni più tardi, un neonato del 2016 può confidare di sopravvivere con un 90% di possibilità fino all’età di 64 anni, se maschio, e fino a quella di 70, se femmina. L’aumento della speranza di vita nel 2016 rispetto al 2015 si deve principalmente alla positiva congiuntura della mortalità alle età successive ai 60 anni. Il solo abbassamento dei rischi di morte tra gli 80 e gli 89 anni di vita spiega il 37% del guadagno di sopravvivenza maschile e il 44% di quello femminile.