“Sfruttati per anni a 70 ore a settimana, ma mai davvero formati”: parla uno degli ex medici specializzandi a Siena
“La cosa peggiore di tutte è che, dopo tutte le ore passate in reparto a fare qualsiasi attività ci venisse richiesta, anche non di nostra competenza, con tutta la fatica fisica ed emotiva che abbiamo dovuto sopportare, ci rendiamo conto di non essere in grado di lavorare da soli, in autonomia. Nessuno ce lo ha insegnato, nessuno ci ha formati. Abbiamo solo lavorato 70 ore a settimana per anni, a 1300 euro netti al mese, per poi dover tornare a casa a studiare quello che avremmo dovuto imparare durante la specializzazione”. Parla così un ex medico in formazione. Ha scelto di raccontare a ilfattoquotidiano.it la sua esperienza nel reparto di Psichiatria dell’ospedale Le Scotte di Siena, chiedendo di restare anonimo per il timore di possibili conseguenze professionali.
L’ospedale toscano da giorni è al centro delle polemiche, dopo la segnalazione inviata dall’Associazione liberi specializzandi ai vertici dell’Università, dell’azienda ospedaliera e della Regione. Nella lettera, Als denuncia presunti turni oltre i limiti previsti, attività amministrative e di segreteria scaricate sui giovani medici, autonomia operativa non sempre accompagnata da adeguata supervisione e perfino l’utilizzo di credenziali informatiche degli strutturati per compilare cartelle, referti e altri atti sanitari. Una seconda segnalazione riguarda Careggi e la scuola di Chirurgia generale dell’Università di Firenze, dove gli specializzandi arriverebbero, secondo l’associazione, a superare le 270 ore mensili, con turni oltre le 13 ore e fino a 20 giorni consecutivi di lavoro. Gli atenei hanno annunciato l’avvio di indagini interne per raccogliere dati, valutare le segnalazioni di Als e verificarne il contenuto. L’Aou senese, interpellata da ilfattoquotidiano.it, ha scelto di non commentare; mentre il Careggi ha fatto sapere di aver avviato “un’istruttoria interna per raccogliere dati utili a valutare e verificare le segnalazioni effettuate”, inoltre “gli accertamenti sono stati avviati e stiamo raccogliendo le informazioni. Se si riscontreranno effettive criticità saranno affrontate secondo quanto previsto dai regolamenti”.
Le lettere di Als hanno riacceso il faro sulle condizioni dei medici in formazione all’interno degli ospedali universitari. Le denunce toscane, infatti, non sono casi isolati. Nelle ultime settimane segnalazioni simili sono emerse anche a Verona e Brescia, mentre altri esposti hanno riguardato nei mesi scorsi Modena e Reggio Emilia e diverse scuole di specializzazione in altre città italiane. Cambiano i reparti, ma il meccanismo denunciato è lo stesso: specializzandi formalmente in formazione, di fatto impiegati per coprire carenze di organico, mandare avanti reparti, garantire visite, cartelle, turni e attività ordinarie. Con il rischio di compromettere insieme la loro preparazione, la loro salute e la sicurezza dei pazienti. È dentro questo sistema che si inserisce il racconto dell’ex specializzando di Psichiatria di Siena.
Quando ha iniziato la specializzazione che percorso si aspettava?
Mi aspettavo una formazione più strutturata, anche frontale: lezioni, discussione dei casi, tempo per studiare e per fare domande. Invece le lezioni di fatto non c’erano. La giustificazione era che eravamo già medici e che le lezioni frontali sarebbero state quasi un insulto. Ma almeno nei primi anni ne avremmo avuto bisogno, non solo sulla parte clinica e farmacologica. In psichiatria c’è anche tutta una parte normativa e burocratica, come i trattamenti sanitari obbligatori o gli accertamenti sanitari obbligatori. Nessuno ci ha mai spiegato queste cose davvero.
Che clima c’era nella scuola?
Un clima molto pesante, a volte abbiamo subito anche episodi umilianti. La meritocrazia era quasi assente. Veniva premiato chi si mostrava più disponibile a dire sempre sì. Il criterio non era quanto eri bravo o quanto studiavi, ma quanto eri disposto ad adattarti alle richieste, anche quando arrivavano fuori orario, nei weekend o durante le ferie.
Che tipo di richieste?
Potevano essere visite fissate tardi, magari quando non eri di turno, chiamate a pazienti anche durante le ferie, attività da fare il sabato o comunque fuori dall’orario previsto. Per essere considerato, dovevi dimostrare disponibilità totale. Altrimenti venivi etichettato come uno che non ha voglia di lavorare.
Quanto lavoravate?
Soprattutto nei primi anni capitava di fare settimane anche da 70 ore. Si stava in reparto tutto il giorno, dodici ore al giorno. Quando qualcuno provava a dire che il monte ore previsto era molto più basso e che forse bisognava riorganizzare le attività, veniva etichettato come un “sindacalista”, come uno che non voleva assumersi responsabilità. Ti dicevano che se volevi un lavoro con orari normali potevi andare a fare altro. Ma il punto non era non voler lavorare, ma che la specializzazione dovrebbe essere formazione, non sostituzione di personale.
La formazione, invece, quanto spazio aveva?
Pochissimo. La formazione era guardare gli strutturati che decidevano le terapie. Ma spesso non c’era nemmeno il tempo per capire perché scegliessero un farmaco invece di un altro. Facevamo visite, raccoglievamo l’anamnesi, seguivamo pazienti, poi dovevamo aspettare lo strutturato per riferire tutto in pochi minuti, magari in corridoio, con altri pazienti in attesa da ore. La giornata passava facendo file. Dov’era la formazione in tutto questo?
Vi capitava di fare visite da soli?
Facevamo la prima parte della visita da soli, poi riferivamo allo strutturato, che decideva la terapia. Il problema è che i numeri erano enormi rispetto alle risorse. Se uno specializzando segue troppi pazienti, se deve fare tutto di corsa, se non ha tempo di discutere i casi, non sta imparando davvero. Sta solo mandando avanti l’ambulatorio.
Le è mai capitato di pensare: questa cosa non dovrei farla io?
Sì, tante volte. Capitava di essere mandati da soli in pronto soccorso per valutazioni psichiatriche, anche in situazioni molto delicate. Quando il problema fu sollevato, la risposta fu che avremmo dovuto essere noi specializzandi a pretendere la presenza dello strutturato. Ma non è realistico. Non sei in una posizione di forza tale da dire a uno strutturato cosa deve fare. Poi c’era tutta la parte amministrativa: documenti, schede, cartelle, pratiche. Moltissimo veniva fatto da noi e poi portato allo strutturato per la firma.
Nelle segnalazioni di Als si parla anche dell’uso di credenziali informatiche degli strutturati. Lei ha mai visto situazioni di questo tipo?
Sì, nella mia esperienza era una prassi. Le password circolavano nelle chat. Quando cambiavano, qualcuno chiedeva quale fosse quella nuova. Non era percepito come un episodio eccezionale, ma come parte dell’organizzazione quotidiana.
Vi rendevate conto dei rischi?
Sì. Il problema è la tracciabilità. Se un atto risulta formalmente fatto da una persona, ma materialmente lo ha fatto un’altra, in caso di errore diventa difficile capire chi è responsabile. Ci veniva detto che saremmo stati protetti, che nessuno ci avrebbe lasciati soli. Ma una cosa sono le rassicurazioni, un’altra sono le responsabilità reali. Noi eravamo comunque medici abilitati. Se qualcosa fosse andato male, non sarebbe bastato dire “me lo avevano chiesto”.
C’erano anche attività non strettamente cliniche scaricate su di voi?
Sì. Qualsiasi buco veniva coperto dagli specializzandi. Se mancavano infermieri, se mancava personale amministrativo, se c’erano cose che nessuno voleva o poteva fare, la soluzione diventava: lo fanno gli specializzandi.
Si sentiva forza lavoro a basso costo?
Sempre. Gli specializzandi servivano a coprire la carenza di organico. Senza di loro, a quei ritmi, il reparto non avrebbe retto. E negli anni il carico è aumentato, con più visite, più posti letto, più pazienti. È evidente che il sistema si reggeva su di noi.
C’era l’idea che la medicina si impari soffrendo?
Sì. Ci veniva fatto capire che funzionava così, che bisognava sacrificarsi, che chi ci aveva preceduto aveva fatto anche peggio. Dovevamo considerarci fortunati. Ma la sofferenza non è formazione.
A chi potevate rivolgervi quando qualcosa non andava?
Di fatto a nessuno. C’erano figure interne che avrebbero dovuto fare da tramite, ma ci veniva fatto capire che era meglio evitare di parlare di certi problemi. Anche i questionari ministeriali, che dovrebbero servire a valutare la qualità della scuola, non erano vissuti come uno strumento libero. Dopo alcune criticità emerse dai questionari, ci furono reazioni molto dure. Da quel momento molti smisero di compilarli.
Che effetto ha avuto su di lei?
Durante la specializzazione ho iniziato ad avere ansia, insonnia, difficoltà a vivere fuori dal reparto. Tornavo a casa e volevo solo dormire. Mi sono isolato. E molti colleghi hanno vissuto cose simili: psicoterapia, farmaci, crisi, esaurimento. Il paradosso è che eravamo in psichiatria, quindi tutti sapevano benissimo cosa stava succedendo.
Dopo tutti quegli anni, si sente formato?
È questa la cosa peggiore. Dopo tutte quelle ore, tutta quella fatica fisica ed emotiva, ti rendi conto di non sentirti davvero pronto a lavorare da solo. Nessuno ti ha formato come avrebbe dovuto. Hai lavorato tantissimo, ma poi devi tornare a casa a studiare quello che avresti dovuto imparare durante la specializzazione. E vale per molti colleghi in tutta Italia. È un sistema fallimentare. Uno sfruttamento che non ti dà in cambio neanche la formazione promessa.