Lunedì il tavolo su Electrolux al Mimit dopo l’annuncio dei 1.700 esuberi. Governo alla prova, le opposizioni: “Manca politica industriale”
Il caso Electrolux, oltre che un dramma per i 1.700 lavoratori italiani dichiarati in esubero dalla multinazionale svedese, è anche un dossier delicato e politicamente sensibile per il governo Meloni. Che negli ultimi anni ha concesso all’azienda aiuti diretti e indiretti e finora ha assistito inerme alla conclamata crisi dell’elettrodomestico causata tra il resto da costo dell’energia, competizione asiatica e assenza di una strategia industriale. Dopo la doccia fredda dell’11 maggio, quando il gruppo svedese ha comunicato il piano di ristrutturazione che colpisce duramente gli stabilimenti italiani, il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha convocato per lunedì 25 maggio un tavolo al Mimit con azienda, sindacati e rappresentanti delle cinque regioni coinvolte: Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna e Marche. Un vertice che arriva dopo giorni di mobilitazioni davanti alle fabbriche e di crescente pressione politica sul governo.
Nelle Marche il piano prevede la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona, specializzato nella produzione di cappe da cucina. Ci lavorano 170 tra operai e impiegati. I lavoratori hanno ribattezzato il progetto di ridimensionamento presentato dall’azienda “Electroshock”, trasformando il nome in uno slogan di protesta che fotografa il clima di queste settimane: paura per il posto di lavoro, rabbia verso l’azienda e timore per il destino dell’indotto. Il presidio permanente davanti ai cancelli è diventato rapidamente un simbolo della vertenza. A Porcia, in Friuli Venezia Giulia, dove lavorano circa 1.500 persone e si producono lavatrici e lavasciuga, sarebbe prevista la dismissione della linea delle lavasciuga. A Susegana, nel Trevigiano, polo del “freddo” con circa mille addetti, è incerto il futuro della nuova linea di frigoriferi di fascia medio-alta. A Solaro, nell’hinterland milanese, specializzato nelle lavastoviglie, la perdita di competitività potrebbe tradursi in tagli.
La vertenza sta rapidamente assumendo anche un peso politico nazionale. “Chiederemo a Electrolux un nuovo piano industriale, su cui avviare un confronto vero con governo, Regioni e sindacati, che non preveda licenziamenti collettivi”, ha detto Urso il 19 maggio. Ma le opposizioni accusano il governo di inseguire le crisi industriali senza una strategia. La segretaria del Pd Elly Schlein ha chiesto direttamente alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni di portare la vertenza a palazzo Chigi, sostenendo che l’esecutivo non abbia messo in campo una vera politica industriale. Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha parlato di “massacro sociale”.
Anche i presidenti di Regione, compresi quelli di centrodestra, hanno assunto toni duri contro il gruppo svedese. Il governatore marchigiano Francesco Acquaroli (Fdi). al presidio di Cerreto d’Esi, ha sottolineato che “una ristrutturazione non può passare dalla chiusura degli stabilimenti”. Parole che riflettono il timore di vedere desertificati interi territori produttivi già messi sotto pressione da anni di rallentamento industriale. Dal canto suo il presidente leghista del Fvg Massimiliano Fedriga ha detto che dobbiamo, non soltanto a livello italiano, ma anche europeo, iniziare a modificare le regole”: “Non è possibile che ci siano aziende che chiedono soldi pubblici per innovazione e investimenti e poi facciano scelte unilaterali che pagano i lavoratori”. Per il governatore, “non è accettabile” che gli interessi degli azionisti ricadano sull’occupazione. La situazione è delicata anche in Emilia-Romagna. Nel sito di Forlì sono a rischio circa 400 posti di lavoro su 900 dipendenti complessivi. Qui il presidente della Regione Michele de Pascale ha evocato apertamente lo scontro sociale: “Se non viene ritirato il piano tutto il territorio forlivese è pronto al conflitto. Davanti all’arroganza e a un provvedimento di una tale violenza questo territorio è pronto a battersi con tutti gli strumenti che la legge consente”.