L’Italia offre condizioni occupazionali da Paese povero: come dare fiducia ai giovani per farli restare?
di Benedetta Cosmi*
Come dare fiducia alle nuove generazioni per farle restare, per far tornare a credere che qui possono essere apripista negli ambiti che amano? “Il giovane capitale umano” che arricchisce gli altri Paesi e che da noi si traduce in “emorragia di competenze”.
Nonostante l’Italia vanti un Pil pro capite superiore ai 30.000 euro — cifra quasi doppia rispetto alla media dell’Europa dell’Est — il nostro sistema non riesce a garantire ai laureati prospettive dignitose anche rispetto a quelle di nazioni come Polonia, Bulgaria, Croazia, dove l’impiego dei laureati supera abbondantemente l’80%; nel nostro Paese ci fermiamo al 58,9%.
Ancora peggio se consideriamo la dinamica dei salari: nei mercati emergenti dell’Est il reddito medio reale è in netta ascesa (indice 132), in Italia assistiamo a una contrazione (indice 97), sintomo di un declino del potere d’acquisto delle famiglie che non trova riscontri simili nel resto del campione europeo analizzato. Siamo, di fatto, un’economia avanzata che offre ai suoi giovani standard da periferia continentale. Emerge dalla ricerca Eurispes condotta su 22 paesi Ue attraverso 16 indicatori Eurostat tra il 2016 e il 2023, che mette a nudo con chiarezza il fenomeno e il paradosso. Non è sostenibile.
Riguardo l’attenzione al bene comune: sostenibili si nasce o ci si diventa? La sostenibilità non è, come molti pensano, una questione puramente ambientale: è una questione di giustizia tra generazioni. Lo sviluppo è sostenibile se consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità che le generazioni future possano fare altrettanto. “Il mondo insostenibile in cui viviamo deriva dal fatto che le generazioni precedenti hanno usato capitale naturale e sociale che apparteneva a quelle successive“, dice Enrico Giovannini intervenendo con Eurispes sul Capitale Umano e l’impatto generazionale.
“Nel 2015, con l’approvazione dell’Agenda 2030 da parte dell’Onu e la nascita dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, abbiamo formulato due proposte fondamentali. La prima riguardava il cambiamento della Costituzione. In un articolo pubblicato sul Guardian, scrivemmo che un nuovo Paese nato per realizzare l’Agenda 2030 avrebbe dovuto inserire il principio di sostenibilità nella propria Carta. L’Italia ha impiegato alcuni anni, ma nel 2022 ha approvato la riforma. Oggi l’articolo 9 della Costituzione afferma che la Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni”.
“Durante il dibattito sulla fiducia al Governo Draghi, un parlamentare chiese al Presidente cosa intendesse fare per l’ambiente. Io (ricorda Giovannini, nda) ero seduto davanti a lui, gli passai un foglietto: ‘C’è una proposta in Parlamento, perché non la sosteniamo?’.” Draghi nella replica annunciò che il Governo avrebbe appoggiato la legge. In meno di un anno, tra febbraio 2021 e febbraio 2022, avvenne il cambiamento (della Costituzione). “È stato un passaggio storico, perché per la prima volta uno dei principi fondamentali è stato modificato in chiave di futuro”. Giovannini dopo l’approvazione andò dai tecnici del Senato e della Camera e chiese: “Ora cambierete il modo di valutare la costituzionalità delle leggi?”. No. “Mi risposero che si basavano sulle sentenze della Corte costituzionale”. Allora propose alla ministra per le riforme di introdurre un meccanismo che evitasse di approvare leggi incostituzionali, in contrasto con il nuovo articolo 9 (dato che sarebbe emerso solo anni dopo). È nata la legge 167 del 2025, che inserisce la valutazione dell’impatto generazionale delle leggi.
“Il suo articolo 4 stabilisce che tutte le nuove leggi vanno valutate per l’impatto ambientale, sociale ed economico, ma anche per quello sulle giovani e sulle future generazioni. Il primo comma dice che le leggi della Repubblica promuovono l’equità tra generazioni. È una frase fortissima, che potrà avere implicazioni molto concrete. Non sono un costituzionalista, ma credo che potrà aprire un contenzioso importante, per esempio su pensioni o altre politiche redistributive. Proprio per questo sarà fondamentale il decreto attuativo, che dovrà stabilire le procedure e i metodi di valutazione”.
In che fase siamo? Da mesi si lavora con la Banca d’Italia e con esperti di diversi settori per individuare modelli e indicatori adeguati anche per il “Patto sul Futuro” firmato alle Nazioni Unite nel settembre 2024. A febbraio 2026 è stata pubblicata la Strategia europea sulla giustizia intergenerazionale, esiste per la prima volta un commissario dedicato all’equità tra generazioni. Serve una nuova cultura nella pubblica amministrazione. Per questo la Scuola Nazionale dell’Amministrazione ha già avviato corsi sulla valutazione dell’impatto generazionale delle leggi, e anche l’Anci, insieme all’università, sta formando amministratori locali. Alcuni comuni, come Parma, Bologna e Piacenza, stanno già applicando questo tipo di valutazione. È una rivoluzione silenziosa che cambierà il modo stesso di fare politica pubblica.
“In altri Paesi esiste già il cosiddetto youth check, cioè un controllo sull’impatto che avranno le leggi sui giovani. Noi siamo andati oltre, introducendo la valutazione d’impatto anche sulle generazioni future. È una vera innovazione di civiltà. Futures literacy, la capacità di immaginare. Dobbiamo imparare a pensare in avanti, con coraggio, competenza e solidarietà. È così che la sostenibilità diventa il nome moderno della speranza. È il potere di fare innovazione, che non significa il nuovo a tutti i costi. Il nuovo a tutti i costi non è neppure sostenibile”.
*Corsivista del Corriere della sera