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Tavolo sui licenziamenti Electrolux aggiornato al 15 giugno. Governo e sindacati: “Ritiri il piano”. L’azienda: “Produrre in Ue insostenibile”

Il segretario generale della Fiom Cgil Michele De Palma: "Non negoziamo con la pistola alla testa. Non accetteremo mai un piano che determinerebbe la fine dell’elettrodomestico nel nostro Paese". Il leader della Fim Cisl Ferdinando Uliano: "Smantellamento industriale basato su logiche puramente finanziarie". Usb: "Va nazionalizzata e sottratta a una classe dirigente stracciona"
Tavolo sui licenziamenti Electrolux aggiornato al 15 giugno. Governo e sindacati: “Ritiri il piano”. L’azienda: “Produrre in Ue insostenibile”
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Nessun passo indietro. Il primo tavolo al ministero delle Imprese sulla crisi Electrolux si è chiuso senza alcuna apertura da parte della multinazionale svedese riguardo al ritiro dei 1.719 esuberi annunciati l’11 maggio. Il ministro Adolfo Urso ha deciso di aggiornare l’incontro al 15 giugno. Dal governo a sindacati ed enti locali coinvolti il messaggio recapitato al gruppo è stato unanime: quel piano va ritirato e sostituito con una proposta industriale alternativa. Ma i manager presenti all’incontro hanno difeso la necessità della ristrutturazione sostenendo che anche se “l’Italia rimane un Paese strategico“, produrre elettrodomestici in Europa è diventato economicamente “insostenibile” tra domanda stagnante, pressione sui prezzi e svantaggi strutturali di costo. Il rischio è che tra tre settimane si vada alla rottura.

Sul tavolo l’azienda ha messo numeri che fotografano il differenziale competitivo rispetto ai Paesi extraeuropei: il costo dell’acciaio in Europa superiore del 31% rispetto alla Cina e del 27% rispetto alla Thailandia, il costo orario del lavoro nell’Europa occidentale di 37 euro contro i 12 dell’Europa orientale, i 9 della Turchia e i 5 dell’Asia e il prezzo dell’energia che arriva a 204 euro per megawattora contro i 114 dell’Asia e i 77 della Turchia. Di qui, secondo il gruppo, la necessità del ridimensionamento della presenza in Italia, con esuberi pari al 40% dei 4.500 dipendenti della Penisola. I tagli previsti riguardano tutti gli stabilimenti: a Susegana gli occupati passerebbero da 728 a 418, con 310 esuberi, a Porcia da 571 a 309, con 262 posti a rischio, a Solaro da 615 a 398, con 217 esuberi, a Forlì da 683 a 345, con 338 tagli. Per lo stabilimento Cerreto d’Esi, nelle Marche, è prevista invece la chiusura completa con l’uscita di tutti i 170 dipendenti. Ai 1.719 esuberi annunciati – di cui 994 operai e 725 dipendenti di staff – si aggiungono inoltre oltre 200 lavoratori a termine che, secondo i sindacati, non verrebbero confermati.

“Non negoziamo con la pistola alla testa”, ha commentato a caldo il segretario generale della Fiom Cgil Michele De Palma. “Abbiamo detto che non può succedere che mentre noi stiamo aspettando il tavolo” del 15 giugno alle 15 “l’azienda proceda con l’apertura di procedure oppure gli spostamenti di attività. Tutto deve rimanere fermo“. Più tardi De Palma e la segretaria nazionale Barbara Tibaldi hanno fatto sapere che Electrolux “ha preso l’impegno, fino a tale data, a non aprire azioni unilaterali”. Ora si deve aprire “un vero confronto per salvaguardare occupazione e stabilimenti”, hanno spiegato. “Non accetteremo mai un piano che determinerebbe la fine dell’elettrodomestico nel nostro Paese. Lo stato di agitazione e le mobilitazioni dei lavoratori continueranno fino al 15 giugno”.

Sulla stessa linea anche il leader della Fim Cisl Ferdinando Uliano, secondo cui la decisione di Electrolux è “politica”: “Hanno cercato di illustrarcela con ragioni tecniche, ma non c’è nulla di tecnico che giustifica il licenziamento del 40% della forza occupazionale, non c’è nulla di tecnico nella chiusura di uno stabilimento”. Per il sindacalista, più che una riorganizzazione il piano rappresenta “uno smantellamento industriale basato su logiche puramente finanziarie”. La vertenza “rappresenta un momento di profonda crisi per il settore dell’elettrodomestico e per l’intero comparto manifatturiero italiano, configurandosi come una vera e propria emergenza nazionale“, sottolineano Cisl e Fim Cisl.

Per l’Usb “il Mimit non può diventare il pozzo dei desideri dell’azienda”, che ha chiesto interventi sul costo dell’energia, sulle regole europee, sulla competitività, sulla produttività e sull’organizzazione del lavoro. “Se questo deve essere il metodo, allora anche Usb mette sul tavolo la propria proposta: Electrolux va nazionalizzata e va sottratta a una classe dirigente stracciona che negli ultimi anni ha sostituito investimenti, sviluppo, ricerca, innovazione di prodotto e politica industriale con tagli occupazionali, dismissioni e riduzioni di perimetro. Le lavoratrici e i lavoratori di questo Paese sono stanchi di pagare sempre”.

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