“A quell’incontro non dovevo neppure esserci. Mi hanno fatto andare apposta per incastrarmi”. Si difende Aldo Milani, il coordinatore nazionale del S.I. Cobas arrestato giovedì pomeriggio dalla Squadra Mobile di Modena con l’accusa di estorsione. Il sindacalista e un’altra persona, Danilo Piccinini, erano infatti stati ripresi da una telecamera nascosta all’interno di un ufficio dello stabilimento di carni della famiglia Levoni di Castelnuovo Rangone. Nel filmato della polizia, una busta passava di mano dai proprietari a Piccinini, con Milani seduto a fianco. I proprietari, che qualche settimana prima avevano denunciato un presunto tentativo di estorsione ai loro danni, erano infatti d’accordo con gli inquirenti coordinati dalla procura di Modena.

Sabato 28 gennaio il gip ha scarcerato entrambi gli indagati imponendo l’obbligo di dimora a Milani (difeso dall’avvocato Marina Prosperi) e i domiciliari a Piccinini. “La Procura è soddisfatta di questa prima risposta del gip Eleonora De Marco, che ha convalidato gli arresti in flagranza, riconoscendo il reato di concorso in estorsione”, aveva commentato il Procuratore di Modena Lucia Musti.

Ma Milani, in una video-dichiarazione pubblicata sul sito S.I. Cobas, respinge le accuse. “Era la seconda volta che incontravo i Levoni. Io a quell’incontro non dovevo esserci, ma doveva esserci il nostro operatore sindacale. Io infatti avevo un incontro alle 15 all’azienda Fercam di Parma, e le aziende in questione possono confermarlo. Ma all’ultimo momento hanno fatto in modo che ci fossi solo io (all’incontro ripreso dalla polizia, ndr) perché c’erano dei problemi importanti (da discutere, ndr)”.

Qui bisogna fare un piccolo passo indietro: a fine 2016 due aziende della famiglia Levoni erano state oggetto di proteste e picchetti fuori dall’azienda (c’erano stati anche scontri con la polizia). Al centro della vertenza c’era la perdita del lavoro da parte di una cinquantina di lavori impiegati da una cooperativa all’interno dello stabilimento che si occupa di carni.

Milani nella sua video-difesa spiega che Piccinini era un consulente dei Levoni e non del suo sindacato: “Faceva da intermediario fra noi e i Levoni stessi”. Secondo Milani, prima che lui stesso arrivasse giovedì pomeriggio nell’ufficio, Piccinini era stato lì dentro con i Levoni, ma senza di lui. “Quando gli hanno passato la busta in mia presenza, io ho visto questo passaggio, ma pensavo fosse una cosa legata al loro incontro precedente”.

In un’altra intervista, rilasciata nei minuti successivi all’uscita dal carcere, Milani aveva detto di sentirsi vittima di una trappola: “Non so se sono i padroni di questa azienda che mi hanno tirato un tranello o quello che faceva per loro l’intermediario”. “Piccinini aveva chiesto 90mila euro per sé, così io bloccavo la lotta”. Ma secondo il sindacalista “gli stessi Levoni non sapevano se io ero informato della proposta che Piccinini gli aveva fatto. Io sono andato lì a parlare dei 55 licenziati”.

Milani non ha dubbi: “Mi hanno fatto andare apposta per incastrarmi. Piccinini deve avere detto che noi mettevamo soldi in una Cassa di resistenza: mentre entravamo nella stanza mi ha chiesto se avevamo una Cassa di resistenza. Io gli ho detto che avevamo una cassa in cui mettevamo 200 euro al mese e allora lui, mentre entravamo dentro, mi ha detto che avrebbe chiesto un aiuto… dopo ho capito che cosa significava. Figuriamoci se noi ci facciamo dare i soldi per la Cassa di resistenza dai padroni”.

Gli avvocati di PiccininiRita Cirignano e Matteo Mangolini, nei giorni scorsi, parlando con ilfattoquotidiano.it avevano spiegato di “poter chiarire la vicenda in ogni suo aspetto nelle sedi opportune”. “Il nostro cliente si è sempre adoperato nell’interesse dei lavoratori, in linea con il ruolo assunto nella vicenda”.

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