A Torino, da una settimana i riders della popolare app per la consegna a domicilio del cibo, Foodora, hanno dichiarato lo stato di agitazione. Protestano contro il cambiamento delle condizioni contrattuali ovvero il passaggio da un pagamento orario al cottimo, 2.70 euro a consegna: “E’ inaccettabile che un’azienda che nell’ultimo anno è cresciuta a dismisura non migliori le condizioni dei propri lavoratori, anzi le renda ancora peggiori”, raccontano i lavoratori che nelle scorse settimane hanno denunciato ritorsioni contro i portavoce della protesta. “Nella gig economy – spiega Jaime – non c’è più bisogno del licenziamento. Semplicemente ti viene bloccato l’accesso all’app per prenotare i turni e non te ne vengono più assegnati”. Una ritorsione che sarebbe stata usata anche contro quei commercianti che hanno solidarizzato con la protesta: “Quando abbiamo appreso delle rivendicazioni abbiamo scritto un post su Facebook in solidarietà dei ragazzi racconta Armando, titolare della tigelleria Sorbole di Torino – e il giorno successivo abbiamo scoperto che Foodora ci aveva estromessi dal servizio”  di Simone Bauducco

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Sei arrivato fin qui

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it e pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi però aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Diventa Sostenitore
Articolo Precedente

Lavoro, Inps: “31% di licenziati in più nei primi otto mesi del 2016. E -351mila assunzioni rispetto al 2015”

prev
Articolo Successivo

Licenziamenti ritorsivi, quando il diritto si trasforma in un abuso

next