“Abbiamo un problema”. Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha così commentato il caso di Foodora, l’azienda tedesca che consegna a domicilio i pasti dei ristoranti attraverso dei fattorini in bicicletta. Loro in realtà si definiscono “rider”, e sono dei collaboratori superprecari in agitazione da sabato scorso. Le ragioni della protesta? “Vogliamo innanzitutto – dichiarano i fattorini – che venga abolito il cottimo e che ci venga riconosciuto un aumento della paga oraria. E inoltre richiediamo delle convenzioni per la manutenzione dei nostri strumenti di lavoro, che per il momento è a nostro carico”. Questione su cui anche Poletti, a quattro giorni dall’esplosione del caso, si è detto preoccupato: “Se la soluzione prevista dall’azienda – ha detto il ministro – si basa sul ‘ti piace andare in bicicletta’, vuol dire che abbiamo un bel problema da affrontare”. Preoccupato, Poletti, ma anche stupito: “Ho letto con sorpresa – ha aggiunto  – la situazione che si è verificata in questi giorni a fronte di una manifestazione e questo è solo un caso, ma sappiamo che ci sono anche situazioni più complesse”.

La manifestazione in questione è quella di sabato 8 ottobre: è lì che la protesta dei collaboratori di Foodora ha avuto inizio. I rider hanno pedalato per le vie di Torino – l’unica città italiana in cui l’azienda tedesca è attiva, oltre a Milano – sventolando le loro bandiere rosa con su scritto “Foodora et labora”. Lunedì 10, nuovo episodio della mobilitazione: un sit-in davanti alla sede torinese di Foodora Italia e una riunione in conference-call con gli amministratori delegati Gianluca Cocco e Matteo Lentini. Il prossimo appuntamento è fissato per giovedì 13 ottobre: è il termine ultimo che i rider hanno posto all’azienda. O riceveranno risposte concrete, oppure proseguiranno nella protesta, pronta ad estendersi anche a Milano.

Daniele: “Il cottimo? Inaccettabile e non meritocratico” – “L’aspetto più grave da affrontare è quello del cottimo”, spiega Daniele, 36enne di Torino laureato in storia, che con Foodora collabora da un anno. “Quando ho cominciato, l’azienda era appena sbarcata in Italia. Io avevo già lavorato con la bici come postino, e dunque mi sono convinto che quella delle consegne di cibo a domicilio potesse essere una buona soluzione, in attesa di qualcosa di meglio”. Daniele ha firmato un contratto di collaborazione che prevedeva una paga oraria: 5,70 euro lordi ogni 60 minuti. “Non molto, lo so – ammette Daniele – ma comunque meglio di niente. E poi all’epoca si trattava di una start-up: ero fiducioso che le condizioni sarebbero migliorate”. E invece? “E invece è accaduto il contrario. A novembre scadranno gli ultimi contratti con paga oraria, e i dirigenti di Foodora ci hanno fatto capire che i nuovi accordi di collaborazione prevedranno una paga per singola chiamata: 2,70 per ogni consegna effettuata“. Una prospettiva che spaventa i rider. Innanzitutto per questioni di sicurezza: “Un contratto del genere spinge tutti a correre di più, a commettere magari qualche infrazione stradale e a prendere dei rischi in mezzo al traffico. Senza contare che poi spesso andando a rotta di collo si rischia anche di ridurre in poltiglia le pietanze che trasportiamo”. Ma c’è di più: il cottimo, secondo i fattorini, introduce un sistema nient’affatto meritocratico, come invece Foodora vorrebbe far credere. “Può capitare di ricevere chiamate che ti costringono a fare anche 4 chilometri per raggiungere il ristorante. Poi magari devi aspettare che il cuoco finisca di preparare il piatto. E poi puoi dover fare un’altra lunga tratta per raggiungere la casa della persona che ha effettuato l’ordine. Altre volte, al contrario, tutto si risolve nel raggio di poche centinaia di metri. Che sistema è mai questo? È chiaro – spiega Daniele – che creerà disparità e frustrazione”.

“Licenziate via WhatsApp”: il caso di Ambra e Ilaria – Nei giorni della protesta, uno dei casi che più ha attirato l’attenzione dei media è stato quello di Ambra e Ilaria, le due promoter che per il solo fatto di aver partecipato ad un’assemblea dei rider in agitazione sarebbero state licenziate da Foodora.  Secondo quanto riportato dal quotidiano La Stampa la cessazione del loro incarico sarebbe avvenuta semplicemente attraverso la loro eliminazione da un gruppo WhatsApp su cui i promoter si relazionavano con i dirigenti. Le due ragazze, che secondo alcuni loro colleghi starebbero valutando l’ipotesi di adire le vie legali, non vogliono, per il momento, rilasciare dichiarazioni. L’ad Cocco ha comunque smentito questa ricostruzione, ma contattato da ilfattoquotidiano.it per fornire la sua versione dei fatti non ha voluto rispondere.

Valerio: “I miei turni di lavoro cancellati per un messaggio in chat” – Se confermato quello di Ambra e Ilaria non sarebbe un caso isolato. Valerio, ragazzo torinese di 29 anni, con Foodora collabora dal marzo scorso. Quando si parla di lui ai suoi colleghi, loro rispondono: “Valerio chi? Quello del ‘Quoto’?”. “Quoto” è il contenuto di un messaggio scritto da Valerio in una chat collettiva che è gli è costato una sospensione temporanea dall’azienda. “Qualche settimana fa – racconta il diretto interessato – ci fu un disguido con i nostri dirigenti connesso alla promozione di una nuova offerta. La sera stessa, sul nostro gruppo ‘Foodora Torino’ di WhatsApp ricevemmo tutti la strigliata di Cocco. Alcuni di noi fecero notare che le sue pretese andavano al di là dei limiti previsti dal nostro contratto. I toni si accesero. Io condivisi il parere di un mio collega con un semplice ‘Quoto’. Il giorno seguente – continua Valerio – fu Cocco in persona a rimuovere me e altri 3 o 4 dal gruppo. E a cancellare alcuni dei nostri turni”. Un provvedimento, questo, non solo punitivo. L’eliminazione dei turni si ripercuote anche sulla paga: “Se non maturiamo almeno 20 ore al mese, la paga non ci viene corrisposta e si cumula con quella della mensilità successiva. Se ti tagliano i turni, il rischio chiaramente aumenta. E i dirigenti lo sanno”.

Maurizio: “Alcuni ristoratori di Torino sono dalla nostra parte” – Maurizio ha 34 anni. Lui, come molti altri, ammette di aver accettato di collaborare con Foodora ben sapendo che si trattasse di un lavoro accessorio e dunque non definitivo. “Ho cominciato a gennaio. Ero disoccupato da qualche tempo e altre opportunità non c’erano a Torino”. I rider sono consapevoli che la loro condizione di estremo precariato li pone in una posizione di debolezza: Foodora, infatti, cambia in continuazione i suoi fattorini e propone contratti che vanno dai 2 ai 5 o 6 mesi. “Eppure – afferma Maurizio – io credo che anche chi, come noi, è un superprecario, non debba rinunciare a rivendicare i propri diritti, a pretendere un miglioramento delle proprie condizioni lavorative”. E alla vigilia della nuova scadenza posta ai dirigenti di Foodora – “domani è il grande giorno”, scherza Maurizio – arriva un messaggio di solidarietà ai rider in agitazione. Maurizio lo racconta orgoglioso: “Alcuni ristoranti di Torino hanno annullato la loro collaborazione con Foodora. Un esercente, in particolare, ha condiviso in pieno il senso della nostra lotta: ha annunciato che il suo locale rimarrà fuori dal network di Foodora fintanto che l’azienda non accoglierà, almeno in parte, le nostre richieste. E noi, francamente, ci auguriamo che questo possa avvenire già domani. Anche se non ci facciamo illusioni”.

Airaudo replica a Poletti – E intanto, il caso Foodora alimenta anche la polemica politica. “È curioso che Poletti scopra dai giornali che esiste un lavoro non tutelato e non normato”. Sono le parole dell’ex dirigente torinese della Fiom, oggi deputato di Sinistra Italiana, Giorgio Airaduo, intervenuto sulla questione già nei giorni scorsi. “Il ministro – ha proseguito –  non è un commentatore, ha un ruolo. Quindi convochi i manager di Foodora, non lasci soli i ragazzi e impegni il governo a coprire il vuoto normativo“.