Il Pil della Cina nell’ultimo trimestre del 2015 è cresciuto solo del 6,8% in seguito all’indebolimento dei consumi e del commercio, con il risultato che nell’intero anno l’economia del Paese ha fatto segnare un +6,9%. Si tratta del progresso più basso dal 1990, quando Pechino crebbe solo del 3,8% in seguito alle sanzioni per la repressione di Piazza Tiananmen. Il dato annuale è lievemente più basso rispetto al +7% previsto dal governo della Repubblica popolare, mentre quello trimestrale è in linea con le stime anche se è il più debole dal primo trimestre 2009, in piena crisi finanziaria globale.

Le borse cinesi non hanno registrato scossoni e hanno anzi chiuso la seduta in rialzo: Shanghai ha guadagnato il 3,2% e Shenzhen il 3,6%. Secondo gli analisti i mercati si aspettano che la frenata spinga l’esecutivo di Xi Jinping a varare nuove misure di stimolo. Più contenuti i rialzi delle altre borse asiatiche, con Hong Kong che sale dell’1,6% e Tokyo che ha chiuso in rialzo dello 0,55 per cento.

Tornando ai dati diffusi dal National Bureau of Statistics, il progresso degli investimenti in fabbriche, abitazioni e beni immobili, un volano economico chiave è sceso nel 2015 al 12%, giù di 2,9 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Le vendite al dettaglio sono cresciute del 10,6%, rispetto al 12% registrato nel 2014. Le esportazioni a dicembre si sono ridotte dell’1,4% rispetto allo stesso mese 2014, mentre sono diminuite del 7,6% su base annua. Bene solo la spesa per il commercio online, cresciuta del 33,3% rispetto al 2014.

La crescita della Cina è diminuita costantemente nel corso degli ultimi cinque anni, mentre il Partito comunista tenta di governare la transizione del Paese da un modello basato sulle esportazioni e gli investimenti a uno incentrato sui consumi interni. L’evoluzione si sta rivelando molto più complicata del previsto, con il risultato che nel frattempo il Pil rallenta. Per quest’anno è attesa un’ulteriore diminuzione della crescita, con il Fondo monetario internazionale che scommette su un’espansione del 6,3%.

E le turbolenze si trasmettono ai mercati finanziari, su cui la mano dello Stato peraltro si fa ancora sentire pesantemente attraverso massicci acquisti di azioni da parte dei gruppi pubblici e norme che limitano la libertà di vendere titoli. Dopo i crolli borsistici di inizio anno il governo aveva anche introdotto un meccanismo di interruzione automatica della contrattazioni per tutto il giorno se le perdite avessero superato il 10%, salvo fare marcia indietro in pochi giorni perché la misura era considerata troppo dirigistica dagli analisti internazionali. La Banca centrale ha poi tagliato a più riprese – sei volte da novembre 2014 – i tassi d’interesse e sostenuto gli esportatori.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Expo 2015, Sala: “Non c’è nessun buco”. Ma i dati forniti sono incompleti e il patrimonio è sceso ancora

next
Articolo Successivo

Emissioni truccate, Renault ritira 15mila veicoli ancora non in vendita per verifica motori

next