Sono definitive le sentenze di condanna per l’omicidio di Lea Garofalo, l’ex compagna di un boss della ‘ndrangheta, che per le sue denunce fu torturata e uccisa vicino a Monza il 24 novembre 2009. La Prima sezione penale della Corte di Cassazione, presieduta da Maria Cristina Fiotto, ha confermato i quattro ergastoli emessi dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano il 25 maggio 2013 a carico dei cinque imputati, tra cui Carlo Cosco l’ex marito della testimone di giustizia. Ergastolo anche per Vito Cosco, fratello di Carlo, Rosario Curcio e Massimo Sabatino. Per l’ex fidanzato della figlia di Lea, Carmine Venturino, la condanna definitiva è a 25 anni in ragione dello sconto di pena per le sue dichiarazioni.

Lea Garofalo nel 2002 entrò in un programma di protezione per i testimoni che collaborano con la giustizia, fornendo informazioni su omicidi di mafia avvenuti negli anni ’90. Venne uccisa a Milano il 24 novembre 2009, il suo corpo fu bruciato in un magazzino a Monza. Nel processo di primo grado l’ipotesi era che la donna, della quale non fu rinvenuto il cadavere, fosse stata sciolta nell’acido, ma poi Venturino dopo la condanna in primo grado ha raccontato come Lea venne uccisa: “Mentre il corpo bruciava, spaccavamo le ossa con una pala. Le era entrata nella carne e lei aveva molti colpi in faccia, una parte della faccia era schiacciata”. I pochi vennero trovati in un tombino tre anni dopo, nel 2012. La Cassazione ha anche condannato gli imputati al pagamento delle spese processuali e al risarcimento alle parti civili, fra cui la figlia di Lea, Denise Cosco, e il Comune di Milano.

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