E’, insieme al rilancio della crescita, la vera emergenza italiana. Si parla del debito pubblico. A quanto ammonta lo sappiamo: oggi sono 2.168 miliardi di euro. Il problema, a quanto pare, è mettersi d’accordo su quanto valga in percentuale sul pil. Il ministero dell’Economia guidato da Pier Carlo Padoan e il Fondo monetario internazionale, infatti, stimano quel rapporto a livelli ben diversi. Nella Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza, appena diffusa, il Tesoro lo valuta, per quest’anno, a quota 131,6% del prodotto interno lordo. Ma l’istituzione di Washington, nel suo World economic outlook, lo piazza al 136,7 per cento. Una differenza di 5,1 punti di pil che, calcola Repubblica, vale 80 miliardi di euro. E il valore di quel rapporto è tutt’altro che una questione secondaria, visto che l’anno prossimo entra in vigore il Fiscal compact, il trattato europeo che impone di ridurre di un ventesimo ogni anno la parte di debito pubblico eccedente il 60% del pil. Di fatto, come emerge dalla stessa nota di aggiornamento, Roma (in compagnia dei ben più indisciplinati “cugini” francesi, che quest’anno sforeranno di nuovo anche il tetto del deficit/pil) non intende sottostare a quel diktat. Ciò non toglie che Bruxelles potrebbe per questo motivo decidere di sanzionarci. Insomma, in gioco c’è quella “reputation” internazionale a cui, nonostante tutto, il premier Matteo Renzi tiene ancora

Ma da che cosa deriva una differenza così ampia? Semplicemente, i risultati di via XX Settembre derivano dalla complessiva revisione dei dati sui conti pubblici fatta dall’Istat sulla base del nuovo sistema di calcolo europeo Esa 2010, che come è noto ci ha “regalato” 59 miliardi di pil in più, con conseguente impatto positivo sui parametri di indebitamento. Una novità che ha comportato la limatura del rapporto debito/pil dal 134,9 stimato nella prima versione del Def al 131,6 attuale. Anche il Fondo guidato da Christine Lagarde ha tenuto conto della crescita (anche se solo “apparente”) del pil, ma ha ritenuto che questa sia più che controbilanciata da un minore progresso reale dell’economia, dalla deflazione (che contribuisce a ridurre il pil nominale e dunque ad alzare il rapporto), dai mancati proventi da privatizzazioni e dall’aumento del deficit. Di qui quel 136,7 per cento. Un dato che comunque, di per sé, non cambia di molto la situazione del Paese. Tanto più che di recente lo stesso Fmi, con una svolta radicale rispetto al dogmatismo pro-austerity del passato, ha iniziato a promuovere il varo di politiche espansive per spingere la crescita. Solo venerdì, nel corso di un meeting a Washington, il responsabile del dipartimento europeo Paul Thomsen ha ribadito che “i Paesi Ue dove gli obiettivi di bilancio non sono stati centrati a causa di minore crescita non dovrebbero compensare con nuove misure”, anche perché “in generale nel 2013 sono stati fatti buoni progressi per l’equilibrio di bilancio e tutti i Paesi hanno fatto grandi aggiustamenti”.

Quel che più preoccupa è che la corsa della spesa pubblica non accenna a rallentare. Alla faccia dei dichiarati sforzi sul fronte della spending review, infatti, a cinque giorni dalla presentazione della legge di Stabilità quel che si profila è un ulteriore progresso delle uscite per stipendi, pensioni, consumi intermedi e spese correnti. Mentre le risorse necessarie per finanziare la manovra verranno, oltre che da nuovo deficit, da tagli semilineari a ministeri ed enti locali e, stando a indiscrezioni riportate da IlSole24Ore, da sforbiciate a pensioni minime e assegni sociali

 

 

 

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