Parigi si svincola dalla morsa dei paletti europei. Ma Bruxelles e Berlino non stanno a guardare e ribadiscono che le regole vanno rispettate. A aprire le ostilità è stato il ministro delle Finanze francese, Michel Sapin, che rispondendo alle domande sul rapporto con la Commissione Ue ha detto: “Non chiederemo ulteriori sforzi ai francesi. Perché il governo adotta la serietà di bilancio per rilanciare il Paese, ma rifiuta l’austerità“. Il governo francese ha confermato il ritocco al rialzo delle stime del deficit, al 4,4% del Pil per il 2014 e 4,3% per il 2015, con il rientro sotto il 3% solo a fine 2017. Tutto questo il giorno dopo l’annuncio, arrivato dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che l’Italia arriverà al pareggio di bilancio solo nel 2017. La Francia, ha continuato Sapin, “si è assunta le proprie responsabilità” in materia di conti pubblici, la Bce ha fatto la sua parte e ora l’Unione europea “deve a sua volta assumersi le sue responsabilità, in tutte le sue componenti” di fronte alla scarsa crescita e al rischio deflazione. Il messaggio, ha precisato, è diretto in particolare “ai Paesi in surplus”, riferimento implicito alla Germania e alla sua bilancia commerciale troppo pesante. Anche in questo caso in trasparenza si nota una sorta di asse Roma-Parigi contro Berlino. Padoan, nel suo intervento alla Camera di due giorni fa, aveva detto tra l’altro che “le pressioni sui Paesi in deficit sono più forti” di quelle “su Paesi in surplus”. Che ne pensa Angela Merkel? Nulla di diverso dal solito: “I Paesi devono fare i loro compiti, per il loro bene”. Il patto di stabilità e crescita “si chiama così perché non può esserci crescita sostenibile senza finanze solide”. Anche perché “non siamo ancora al punto in cui si possa dire che la crisi è alle nostre spalle”. 

Il piano francese: pareggio di bilancio solo nel 2019 – Secondo quanto prevede la legge di bilancio per il prossimo anno, la Francia, gravata da un debito che ha superato la soglia dei 2mila miliardi di euro, continuerà nel 2015 il programma di taglio della spesa pubblica, con 7,7 miliardi di risparmi sui costi dello Stato e dei suoi operatori. La spesa pubblica transalpina calerà così dal 56,5% del Pil nel 2014 al 56,1% nel 2015, per poi continuare a scendere (55,5% nel 2016 e 54,5% nel 2017). Tuttavia il pareggio di bilancio arriverà solo nel 2019 e non nel 2017 come previsto dall’ultima manovra finanziaria. Ai tagli alla spesa si aggiungeranno, ha precisato Sapin, “almeno 4 miliardi di euro di cessioni di asset”, che “saranno messi al servizio della riduzione dell’indebitamento dello Stato”. Calerà invece leggermente il tasso di imposizione obbligatorio globale (l’insieme delle tasse e dei contributi sociali obbligatori pagati da privati e aziende in percentuale sul Pil) di 0,1 punti percentuali all’anno per i prossimi tre anni, arrivando così dal 44,7% attuale al 44,4% nel 2017. La legge di bilancio è stata stilata su previsioni di crescita all’1% per il 2015, dopo lo 0,4% di quest’anno, e poi 1,7% nel 2016 e 1,9% nel 2017. L’inflazione è prevista in aumento dallo 0,5% di quest’anno allo 0,9% l’anno prossimo, e poi in graduale salita fino a 1,8% nel 2019.

L’altolà di Dijsselbloem: “Parigi lavori più duramente, ha già avuto due anni in più” – Il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, in un’intervista alla tv olandese RTL Z, ha chiarito però che non intende accettare lo schiaffo di Parigi: “La Francia, come altri Paesi, deve lavorare più duramente” perché “deve rispettare le regole del Patto di stabilità, riguadagnare competitività, rendere flessibile il mercato del lavoro”. Rimettendosi il cappello dell’uomo politico olandese, poi, Dijsselbloem ha detto attaccato la Francia che “ha avuto due anni in più quando a noi (l’Olanda, ndr) ne hanno dato uno solo che, guardando indietro, non ci serviva nemmeno perché le misure le avevamo già prese e dovevamo solo aspettare che avessero effetti”. Al contrario, “molti Paesi più piccoli hanno adottato misure difficili, come i Baltici, Portogallo, Irlanda e Grecia. Se tutti loro lo hanno potuto fare, potrà farlo anche un Paese grande come la Francia”, ha concluso il numero uno del gruppo che riunisce i ministri dell’Economia e delle finanze dell’Eurozona.