Certo che sono strani questi del Fondo monetario internazionale. In teoria dovrebbero prestare soldi, a certe condizioni, ai Paesi che hanno problemi finanziari e non riescono a raccogliere risorse sul mercato per squilibri della bilancia dei pagamenti. Invece il Fondo, un’istituzione che resta americana anche se per tradizione guidata da europei, ama presentarsi come il giudice ultimo della politica economica, l’autorità suprema su cosa fare e non fare durante la crisi.

Per anni hanno sbagliato i “moltiplicatori”, come ha ammesso il capo economista Olivier Blanchard: pensavano che tagliare la spesa pubblica durante la recessione facesse meno danni di quello che poi è successo. Ora, con lo stesso vigore dogmatico con cui sostenevano l’austerità, sono passati a chiedere politiche espansive: “Nei Paesi in cui c’è bisogno di infrastrutture, è il momento giusto per una spinta sulle infrastrutture: i costi di finanziamento sono bassi e la domanda è debole nelle economie avanzate, mentre proprio le infrastrutture sono i colli di bottiglia in molte economie e mercati emergenti”, si legge nel World Economic Outlook pubblicato ieri. Sul Financial Times l’ex segretario al Tesoro Usa, Larry Summers, scrive addirittura che gli investimenti pubblici sono “un pasto gratis”, cioè si ripagano da soli anche senza considerare gli effetti benefici sull’economia, “investimenti pubblici ben progettati possono ridurre invece di aumentare il debito pubblico”. Ovviamente tutto questo è un po ’ ridicolo: l’economista onesto è quello che a ogni domanda risponde “dipende”, non ci sono soluzioni che vanno bene sempre e per tutti.

Le certezze dogmatiche tendono a infrangersi contro la realtà: possiamo essere sicuri che se l’Italia rompesse le regole sul deficit per spendere 50 miliardi per rotaie e autostrade il mercato non reagirebbe? E che l’unico risultato non sarebbe soltanto più corruzione? Chissà. I pareri del Fmi, insomma, non vanno presi come oracolari. Però in questo momento almeno un’utilità ce l’hanno: aiutano quelli che in Europa vogliono fare pressione sulla Germania perché invece di continuare ad aumentare il suo avanzo commerciale (oltre il 7 per cento, esporta molto più di quanto importa), faccia qualcosa per aumentare la domanda interna a beneficio di tutta Europa. Berlino comincia ad averne bisogno: i dati di ieri non possono lasciare indifferenti, con la produzione industriale a -4 per cento ad agosto. Un crollo doppio rispetto alle aspettative degli analisti. Il boom tedesco, dovuto in gran parte a un euro indebolito dalle difficoltà dei Paesi mediterranei, si sta arrestando. E almeno questa volta Angela Merkel farebbe bene a seguire i consigli del Fondo monetario.

il Fatto Quotidiano, 8 Ottobre 2014