Una volta tanto sono d’accordo con Giorgio Napolitano e non con Marco Travaglio, nella parte del discorso pronunciato dal capo dello Stato davanti al Csm in cui critica le “troppe esternazioni” dei magistrati e in quell’altra dove si dice contrario all’assunzione, da parte dei magistrati, “di incarichi politici e alla riassunzione di funzioni giudiziarie dopo averli svolti o essersi dichiarati disposti a svolgerli”. Un tempo il magistrato si esprimeva solo “per atti e documenti”. Non mi riferisco all’Ottocento. Nel 1970-71, quando facevo il cronista giudiziario per l’Avanti!, i magistrati non parlavano con nessuno, tantomeno con i giornalisti. Se volevi le notizie su un’indagine dovevi andartele a cercare (mi ricordo la corte che feci al buon Emilio Alessandrini, col quale c’era un’istintiva simpatia, inutilmente).

Del resto il codice di Alfredo Rocco (1931), che sarà stato anche un fascista, ma era un grande giurista (niente a che vedere con gli Alfano e i Nitto Palma), tende a staccare il più possibile, fin quasi a renderla astratta, la persona del magistrato della sua funzione, in particolare per l’attività del Pubblico ministero che è la più delicata perché si svolge nel campo, per definizione incerto, delle indagini preliminari (non a caso il Pm si chiama ‘sostituto procuratore della Repubblica’ e, in passato, era sottoposto a una rigida gerarchia).

Agli stessi criteri rispondeva l’avanzamento di carriera per anzianità. Si sacrificava il merito, e anche l’efficacia, per togliere al Pm la tentazione di pericolosi personalismi. La ragione di tutto ciò è evidente: la persona del magistrato è sempre attaccabile (se non lui, avrà una moglie, dei figli, degli amici), la funzione no. La personalizzazione di Mani Pulite nella figura di Antonio Di Pietro permise a Craxi di calare il famoso ‘poker d’assi’ (che poi erano, al massimo due sei, e come se, tra l’altro, l’eventuale corruzione del Pm sanasse quelle altrui e non si aggiungesse, invece, a esse).

Le ‘esternazioni’ indeboliscono la posizione del magistrato. Il magistrato infatti, come la moglie di Cesare, non solo deve essere imparziale, ma deve anche apparire tale. Se ‘esterna’ e fa trasparire le sue convinzioni politiche (meglio se non ne avesse) diventa facilmente attaccabile. Dice: ma il magistrato è un cittadino e la libertà di manifestare il proprio pensiero è garantita a tutti dall’articolo 21 della Costituzione. Non è esattamente così. Ci sono cariche che limitano questa libertà. Per esempio il capo dello Stato ha un dovere di imparzialità e non può esprimere giudizi su questo o quel partito, su questo o su quell’uomo politico. Così un magistrato non può esprimere giudizi su inchieste in corso, proprie o altrui, ma nemmeno giudizi politici per non minare la sua ‘terzietà’ (anche il Pm, checché se ne pensi, è ‘terzo’, tanto è vero che può chiedere il proscioglimento dell’indagato, cosa che non avverrebbe se fosse solo ‘accusa’). Si deve limitare a valutazioni strettamente tecniche.

Un magistrato non dovrebbe fare politica, perché getta inevitabilmente un’ombra sulla sua attività pregressa, per quanto integerrima e imparziale possa essere stata. Meno che mai, come sottolinea Napolitano, dovrebbe poter riprendere il suo ruolo “dopo aver svolto incarichi politici o essersi dichiarato disposto a svolgerli”. Sono limitazioni pesanti. Ma quello del magistrato, come quello del medico, non è un mestiere come un altro, è, o dovrebbe essere, una vocazione in nome della quale si devono accettare sacrifici estranei agli altri cittadini. Ma mi rendo conto che le mie sono ‘prediche inutili ‘ in un Paese che ha perso tutti ‘i fondamentali’ e Adriano Celentano è un ‘maître à penser’.

Il Fatto Quotidiano, 18 febbraio 2012

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