Quando tre anni fa lasciai Pro Natura Torino, dopo circa trent’anni di militanza, l’associazione (la più vecchia e gloriosa d’Italia) contava circa la metà dei soci rispetto a quando io entrai a prestare servizio. E l’età media di questi soci residui era sicuramente superiore ai 60 anni. Per celia, con un mio amico, dicevamo che fuori dalla sede dell’assemblea annuale avremmo dovuto far stazionare un’ambulanza.

Credo che sarebbe il caso di fare un ragionamento e arrivare a una conclusione su questo problema: l’ambientalismo, quanto meno italiano, è in crisi. Perché non è solo Pro Natura ad avere perso soci. Delle associazioni storiche, il Wwf per ragioni di costi ha dovuto chiudere le sedi locali, Italia Nostra vivacchia, Legambiente sopravvive grazie alle sponsorizzazioni, garantite anche dal fatto che essa ha sempre gravitato in una certa area politica. Ma le sponsorizzazioni ne limitano anche la libertà di azione.

Premetto subito una considerazione generale: quanto entrai nell’associazione i soci erano tanti, ma a sbatterci eravamo quattro gatti, e lo stesso succedeva nelle altre associazioni della galassia ambientalista. Valeva quello che io definisco “il principio della delega”, cioè il pagare una quota annuale per demandare ad altri la ricerca delle soluzioni ai problemi.

Ma gli anni Ottanta o giù di lì erano un’epoca in cui la gente sentiva comunque il problema ambientale. Prova ne erano le stesse politiche di governo, dalla creazione dei parchi, alla istituzione del ministero dell’Ambiente.

C’era una sensibilità diffusa (seppure superficiale), testimoniata dalle ricerche demoscopiche: l’ambiente era ai primi posti nella classifica delle preoccupazioni della gente. Oggi non è più così, nonostante che il degrado sul nostro povero suolo sia decisamente aumentato rispetto a trent’anni fa. Oggi la gente pensa al lavoro, alla sicurezza, agli immigrati. L’ambiente è finito nelle preoccupazioni di retroguardia. E questo può spiegare la disaffezione generalizzata. Come potrebbe anche spiegare in parte l’estinzione del partito dei Verdi.

Ma torniamo ai numeri.

Negli anni ottanta le associazioni vantavano tanti iscritti, e molti erano giovani. Oggi le associazioni non possono più contare su un ricambio. Perché un giovane non dà neppure più la delega di cui dicevo sopra, non spende neppure 30 euro all’anno “per salvare l’ambiente”? Una spiegazione può risiedere nel fatto che i giovani oggi vogliono vedere dei risultati. L’ambientalismo svolge una attività prettamente difensiva attestata sul salviamo il salvabile, attestata di massima su dei NO generalizzati, e che tocca problemi ed indica soluzioni che a molti possono apparire lontani. Ecco, credo, almeno io, che ci sia uno stacco netto fra le idee e le aspirazioni dei giovani, che vogliono vedere risultati ed in più a breve termine, e il modus operandi delle associazioni.

Ma anche un’altra considerazione si impone. Un tempo l’attività di sensibilizzazione in campo ambientale era svolta solo dalle associazioni, oggi non è più così. Oggi con il mondo di Internet chiunque può denunciare e farsi sentire e, magari, ottenere risultati che le associazioni stentano a ottenere. Dalle campagne stampa, alle raccolte firme, dai boicottaggi ai flash mob. E qui tocchiamo un altro tasto dolente. Le associazioni non si sono adeguate ai mezzi di comunicazione. Fanno ancora i comunicati stampa, talvolta addirittura i volantinaggi, i loro siti non sono né belli né amichevoli, spesso non hanno una pagina sui social media, non twittano e così via. Ma non lo fanno anche perché i soci sono vecchi. E qui è il serpente che si morde la coda. Se a ciò aggiungiamo che i mass media non si “filano” le associazioni (salvo Legambiente), si comprende come esse riescano a farsi sentire.

E veniamo infine alla sostanza. Oggi la politica dell’ambientalismo opera ancora nell’ambito dello sviluppo sostenibile. È ancora quella che già negli anni Ottanta si definiva come “ecologia superficiale”, quella che non mette in discussione le basi della nostra società. Ma chi oggi abbia un minimo di sensibilità ambientale sa o intuisce che i problemi che ci attanagliano in realtà denunciano l’iniquità di base di un sistema di sviluppo, anzi lo sviluppo stesso. Oggi le voci credibili in campo ambientale sono di singoli, più che di associazioni, cito Luca Mercalli e Maurizio Pallante a livello italiano, cito Serge Latouche a livello mondiale. Singole voci che però riescono, almeno loro, a smuovere le coscienze e a fare adepti. Quello che l’ambientalismo istituzionale non riesce più a fare.