Era tra le ong che aveva sottoscritto il codice di condotta, ma da oggi sospende le sue operazioni nel Mediterraneo perché “non è chiaro cosa succede in Libia ai danni delle persone più vulnerabili i cui diritti andrebbero salvaguardati in ottemperanza al diritto internazionale e per difendere il principio di umanità”. Moas, attiva tra la Libia e l’Italia dal 30 agosto 2014, ha deciso di fermarsi.

Non soccorrerà più le imbarcazioni che trasportano migranti da Tripoli a Lampedusa perché, spiega l’organizzazione non governativa sul proprio sito, “non vuole diventare parte di un meccanismo in cui, mentre si fa assistenza e soccorso in mare, non ci sia la garanzia di accoglienza in porti e luoghi sicuri”. Un riferimento chiaro agli accordi che stanno portando i migranti a fermarsi in Libia, dove diverse fonti, tra cui un lungo reportage di Reuters, continuano a parlare di brigate composte da civili e membri dell’esercito impedisce le partenze dei migranti verso l’Europa.

Lo stesso problema posto dall’editorialista del Fatto Quotidiano, Furio Colombo, nel corso dell’incontro alla Versiliana con il ministro dell’Interno Marco Minniti: “I migranti non ci sono più: sono in Libia. Quando si dice che abbiamo parlato con i sindaci, intendiamo dei capi tribù che hanno delle attese dopo le promesse – spiegava domenica alla festa del Fatto – Con questo approccio si vinceranno le elezioni, ma loro sono la seconda Shoah“.

L’accordo di fine luglio firmato con l’Italia per la presenza di uomini armati a bordo delle navi operative nel Mediterraneo era stato sottoscritto, ricorda Moas, “come atto di fiducia verso il Governo”. Una fiducia evidentemente venuta meno negli ultimi quaranta giorni. “In questo contesto, e nel rispetto dei nostri principi fondativi, Moas ritiene di voler sospendere le operazioni di ricerca e soccorso”, scrive la ong fondata da due italo-americani.

Dopo aver assistito quasi 8.000 persone, Moas sposterà ora le sue operazioni nel Sud-est asiatico, in particolare nell’assistenza dei profughi Rohingya in Myanmar lavorando “alla creazione di una sistema organico di trasparenza, sostegno e responsabilità nella regione, dove è in corso un esodo mortale alla frontiera” con il Bangladesh. “Nel frattempo continuerà a tenere sotto osservazione le rotte migratorie nel Mediterraneo, pronta a rispondere a quei cambiamenti che consentano di operare secondo i propri principi – conclude la ong – Fin dalla sua fondazione, Moas ha riconosciuto che l’opera di ricerca e salvataggio non è la soluzione alla crisi migratoria in corso, e continuerà pertanto a supportare l’apertura di canali umanitari sicuri per consentire ai gruppi più vulnerabili di mettersi al sicuro”.