Medici senza frontiere non ci sta. L’organizzazione, convocata al Viminale per la firma del codice di condotta per le ong che fanno salvataggi in mare. si è rifiutata di firmare il documento messo a punto dal governo. Il nodo resta quello che la settimana scorsa, nonostante un tentativo di mediazione con i tecnici del ministero, è rimasto irrisolto: la presenza di agenti armati a bordo delle imbarcazioni. “In nessun Paese in cui lavoriamo accettiamo la presenza di armi, ad esempio nei nostri ospedali”, ha spiegato Gabriele Eminente, direttore generale Msf, dopo il vertice. Stessa scelta per la tedesca Jugend RettetSave the children e Moas hanno invece firmato. Le altre organizzazioni non hanno nemmeno partecipato all’incontro. La spagnola Proactiva Open Arms aveva già annunciato la propria opposizione. “L’aver rifiutato l’accettazione e la firma del Codice di condotta pone quelle organizzazioni non governative fuori dal sistema organizzato per il salvataggio in mare, con tutte le conseguenze del caso concreto che – fa sapere il Viminale – potranno determinarsi a partire dalla sicurezza delle imbarcazioni stesse”. 

di Angela Gennaro

Le ong, nei giorni scorsi, avevano contestato sia la previsione che sulle navi debbano esserci agenti di polizia giudiziaria sia il divieto di trasbordo di migranti dalle navi png a quelle dei soccorsi ufficiali. Venerdì scorso, al termine della seconda riunione, i tecnici del Viminale avevano accolto alcune richieste delle organizzazioni. In particolare nell’impegno a non trasferire i migranti soccorsi su altre navi è stata inserita la frase: “Eccetto in caso di richiesta del competente Centro di coordinamento per il soccorso marittimo e sotto il suo coordinamento, basato anche sull’informazione fornita dal capitano della nave”.

L’altro punto contrastato, quello della polizia a bordo, è stato riformulato sottolineando che la presenza degli uomini in divisa avverrà “possibilmente e per il periodo strettamente necessario”. Ma non è stata accolta la richiesta che i poliziotti a bordo siano disarmati. E su questo punto Msf non intende cedere. “Riconosciamo l’approccio costruttivo da parte del ministro, i passi in avanti rispetto alla volta scorsa”, ha spiegato Eminente. “Ma abbiamo comunicato che non firmeremo questo codice di condotta, saranno comunque rispettati quei punti già condivisi dalla nostra organizzazione. Anche se il codice era stato migliorato rimaneva il punto dei trasbordi: abbiamo chiesto di levarlo, perché rischia di pregiudicare l’intera operazione”.

“Gran parte dei punti del codice di condotta indicano cose che già facciamo e ci sono stati chiarimenti su un paio di punti che ci preoccupavano, quindi non abbiamo avuto problemi a firmare”, ha detto invece Valerio Neri di Save the children. Il fondatore di Moas Christopher Catrambone ha spiegato dal canto suo di aver firmato “in solidarietà con il governo ed il popolo Italiano, gli unici in Europa che si impegnano ogni giorno per permettere ad organizzazioni come la nostra di far fede alla propria missione umanitaria”. La priorità “è quella di impedire inutili morti in mare”, ha continuato, “e se firmare il Codice di Condotta rappresenta l’unica via legale per permetterci di perseguire questo obiettivo, allora Moas non può e non deve tirarsi indietro”.

Nel frattempo però, alla vigilia della discussione e del possibile voto parlamentare di martedì, Amnesty International ha dichiarato che il progetto del governo italiano di inviare navi da guerra per pattugliare le acque territoriali libiche è “un vergognoso tentativo di aggirare gli obblighi di salvataggio di migranti e rifugiati e di offrire protezione a chi ne ha bisogno”. Secondo il piano del governo, fino a sei navi potrebbero essere impiegate per collaborare con la Guardia costiera libica nell’intercettamento e nel ritorno di migranti e rifugiati in Libia, dove affronterebbero terribili violazioni dei diritti umani. “Il personale militare italiano potrebbe essere autorizzato a usare la forza nei confronti di scafisti e trafficanti“, sottolinea Amnesty, “e di conseguenza migranti e rifugiati potrebbero essere colpiti dal fuoco incrociato”.

“Invece d’inviare navi per salvare vite umane e offrire protezione a migranti e rifugiati disperati, l’Italia si sta preparando a mandare navi da guerra per respingerli in Libia”, ha dichiarato John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l’Europa. “Questa vergognosa strategia non persegue l’obiettivo di porre fine al crescente numero di morti nel Mediterraneo centrale, bensì quello di tenere migranti e rifugiati alla larga dalle coste italiane. Le affermazioni secondo cui i diritti delle persone riportate in Libia verrebbero rispettati suonano vuote alle orecchie di chi è fuggito dalle terribili violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione della Libia”, ha concluso Dalhuisen.