Nel corso di una recente giornata di studio in tema di linee guida per il contrasto al dissesto idrogeologico, il responsabile della struttura di missione #italiasicura, Erasmo D’Angelis, ha invocato il ricorso alla psicologia. Magari con il conforto extra dello psichiatra: una chiave indispensabile per affrontare in modo positivo la questione idrogeologica italiana. Negli ultimi quarant’anni, mai mi sono trovato così in sintonia con qualcuno che conta nel variegato panorama italiano dei decisori politici.

In molti casi la psicologia avrebbe aiutato a capire. Per esempio, il trionfo del conformismo tecnico che obbedisce in modo pedissequo alle mode dei tempi: muraglioni nell’Ottocento; scolmatori, dreni e coperture d’epoca fascista; casse d’espansione nel nuovo millennio. Tutte opere volte a “risolvere una volta per tutte” la questione con l’unica medicina giusta, la pozione miracolosa di Asterix che finalmente qualcuno ha scoperto per chiudere definitamente la questione. Peccato che il druido Panoramix la neghi al povero Obelix, così come un destino cinico e baro la abbia sempre negata all’Italia.

La psicologia potrebbe farci anche capire il culto dell’oblio, giacché la memoria dei disastri è assai labile e incline a scivolare nel grande sonno: per esempio, se fate una ricerca su Google digitando Giampilieri, il motore di ricerca fa emergere oggi, quali prime scelte, le notizie più varie sulla statua della Madonna che lacrima gocce di olio profumato; e non il disastro tremendo del 2009, che fece 31 vittime e 6 dispersi. E, poi, capire la fiducia smodata che la politica pone nel promettere la “messa in sicurezza” prima di ogni scadenza elettorale: per esempio, con le opere di laminazione, dighe o casse in derivazione che siano, in voga ai giorni nostri.

Per difendere Parigi, dopo la terribile inondazione del 1910 sono stati fatti parecchi lavori idraulici nel bacino idrografico di monte. Un sistema di grandi dighe di laminazione con una capacità complessiva di circa 800 milioni di metri cubi. Nonostante l’enormità degli invasi, il loro effetto porterebbe a una riduzione di circa 60 centimetri del livello di piena in uno scenario simile al 1910.

Non è molto, perché gli otto metri (invece di 8,60) che la Senna raggiungerebbe sopra il livello di riferimento provocherebbero comunque un disastro immane, giacché sette metri e mezzo è il livello di guardia dell’allerta rossa. In pratica, le opere di laminazione hanno l’effetto di ridurre la frequenza delle piene di modesta entità, quelle che producono il fastidio degli allagamenti periodici – dove il fiume è stato ristretto troppo o si è urbanizzata un’area di espansione naturale – mentre poco possono fare per mitigare gli eventi estremi.

In assenza di un rigido controllo dell’uso del territorio, le grandi opere di laminazione hanno anche effetti negativi a medio e lungo termine, poiché inducono un falso senso di sicurezza lungo la rete idrografica di valle, favorendo l’ulteriore colonizzazione delle zone riparie. Un tempo queste zone erano “indisturbate” poiché le piene vi transitavano con una certa frequenza, una circostanza che sconsigliava di costruire su quei sedimi.

E perciò non veniva in mente a nessuno di insediarvi residenze, fabbriche o campeggi. Con la scomparsa delle piene “non eccezionali” a valle della diga, si modifica radicalmente la percezione del rischio; con impatti negativi sia sul rischio alluvionale, sia sull’ambiente. L’aumento virtuale della sicurezza idrologica non è una novità. È un effetto che grandi dighe, costruite nel secolo scorso, hanno prodotto in molte zone vallive del paese. In alcuni casi, la mancanza di controlli ha permesso di ridurre talmente il calibro della rete idrografica da rendere addirittura pericolosa la manovra di scarico a pieno regime della diga stessa, tramite l’apertura degli scarichi di fondo.

Oltre alle ovvie conseguenze sul rischio alluvionale, questo fenomeno limita anche la possibilità di operare rilasci controllati, provocando piene artificiali a scopo di restauro e conservazione dell’ecosistema fluviale, una buona pratica di molti paesi sviluppati. E il ricorso alle piene artificiali sarebbe anche utile per eliminare la massa dei sedimenti che si sono accumulati negli invasi dopo anni di esercizio, riducendone quella capacità che in tempi di vacche magre sarebbe assai utile alla comunità per fronteggiare le siccità.