Mentre fervono frenetici i preparativi per la visita di Papa Francesco a Barbiana, la Cei passa di mano, dall’ordinario militare Angelo Bagnasco al pacifista Gualtiero Bassetti. E un filo sottile lega i due eventi. Geografico, per cominciare. Il nuovo presidente dei vescovi italiani è nato infatti a Marradi che si trova nel Mugello come Barbiana. Due preti, Milani e Bassetti, con gli scarponi. Montanari, entrambi “con l’odore delle pecore” addosso, come piace al papa argentino. Ma soprattutto un filo di politica ecclesiale: la Chiesa di Bergoglio riparte dalle periferie. Da Barbiana. La scelta non è casuale e non è priva di un forte affaccio sul futuro.

Per capirlo occorre rifarsi ad un incontro burrascoso tra don Milani e l’allora cardinale di Firenze Ermenegildo Florit. Ad un certo punto il priore di Barbiana sbottò: “Sa quale è la differenza, eminenza, tra me e lei? Io sono avanti di cinquant’anni…”. Mezzo secolo è trascorso dalla morte di don Milani, avvenuta il 26 giugno del 1967, e con la visita a Barbiana il Papa pareggia i conti in sospeso tra la Chiesa e il prete scomodo. Un atteggiamento di chiusura, quello delle gerarchie cattoliche di allora, che nel novembre scorso ammise anche l’attuale arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori, presentando il libro di Michele Gesualdi su don Milani: sull’avversione della Curia fiorentina contro il priore di Barbiana, ha detto l’alto prelato, pesò “un partito romano”, schierato di là e di qua dal Tevere, in Vaticano e nella Dc, che aveva come mira Giorgio La Pira. L’ex sindaco santo infatti, negli anni Cinquanta e Sessanta, fu il punto di riferimento di un cattolicesimo inquieto, progressista, in odore di eresia – da padre Balducci a Turoldo, da Milani a Gozzini – che sosteneva il dialogo con il Pci, la terza via in politica estera tra Usa e Urss e predicava la pace e il no alla guerra. Posizioni che a Roma, di qua e di là del Tevere, appunto, non piacevano affatto. E così i fermenti del cattolicesimo fiorentino furono repressi e i suoi esponenti maggiori o isolati o esiliati.

Ecco: quel mondo cattolico fiorentino, figlio di Girolamo Savonarola, torna in auge nel doppio passo dell’elezione di Bassetti a presidente della Chiesa italiana e nella visita di Francesco a Barbiana che diventa così da luogo ignorato persino nelle cartine geografiche a simbolo universale dei cristiani di stampo bergogliano. Si chiude così per la Chiesa italiana il lungo periodo del dominio del partito romano e del ruinismo, inteso come preminenza della politica del cardinale Camillo Ruini, l’avversario di Romano Prodi e del rinnovamento ecclesiale.

Bassetti è figlio del cattolicesimo lapiriano. I suoi riferimenti sono il cardinale Elia Dalla Costa che nel 1938 sbarrò le finestre in faccia a Hitler. E preti scomodi come padre Balducci, padre Turoldo e don Renzo Fanfani, uno dei primi preti operai in Italia. E laici cattolici che ruppero con la Dc, come Mario Gozzini, il senatore che ha dato il suo nome alla riforma penitenziaria. E pacifisti come La Pira e Mario Primicerio. Quella Firenze lì è stata avversata dal partito romano ma anche da Ruini. Quando nel 2008 si pose il problema della guida della diocesi fiorentina, i vescovi toscani indicarono come candidato ideale proprio monsignor Bassetti, ma Ruini pose il veto alla sua nomina e mandò in riva all’Arno il fedelissimo Betori.

Ruini ora è in pensione. Bagnasco non è stato confermato. E il centro della Chiesa italiana non sembra più Roma con le sue trame e i palazzi del potere ecclesiastico, ma Barbiana e le tante Barbiana sparse nel mondo. Così la Firenze che cinquant’anni fa anticipò il Concilio Vaticano II torna al centro del cattolicesimo italiano. E una nuova primavera sboccia con la nomina di Bassetti e i passi lunghi e montanari di Francesco a Barbiana.