Ha cercato di fare ordine sui contatti tra presunti ‘ndranghetisti e uomini della Juventus, ma anche di limitare le sue responsabilità. Il procuratore federale Giuseppe Pecoraro è tornato in commissione Antimafia, si è difeso e ha fornito risposte alle domande incalzanti degli onorevoli sui contatti tra il club e tifosi legati alla malavita che gestivano il bagarinaggio. Lo ha fatto “anche nella speranza di chiudere le polemiche susseguite dopo quella data (cioè il 7 marzo scorso, ndr) e bloccare un processo mediatico inopportuno che non fa bene né alla giustizia sportiva né a quella ordinaria, entrambi i processi sono in corso”.

Pecoraro ha ribadito alcuni dati: “Io non faccio la procura ordinaria, io mi occupo della gestione dei biglietti – ha spiegato – La cosa certa è che i biglietti sono stati dati anche a persone legate alla criminalità, questo è il dato”. Quindi è tornato a spiegare le ragioni per cui il 18 marzo la procura Figc ha deferito la Juventus, il suo presidente Andrea Agnelli e tre manager: “L’articolo 12 del Codice di giustizia sportiva dice che non è possibile il bagarinaggio o contatti con la tifoseria organizzata. La responsabilità è in primo luogo del presidente della società”. Secondo lui Agnelli avrebbe una responsabilità diretta e indiretta, una “colpa in vigilando”. Che il presidente del club fosse consapevole di agevolare così dei mafiosi (presunti) e dei criminali, a Pecoraro non importa: “Ci interessa il fatto che questi biglietti siano stati utilizzati da parte di soggetti malavitosi, c’è anche un’intercettazione dove si parla di fondi anche per le famiglie di detenuti”. Il riferimento è alle parole riferite alla Dda di Torino da Patrizia Fiorillo, moglie di Andrea Puntorno, capo dei “Bravi Ragazzi” arrestato nel novembre 2014 e condannato in appello per traffico di droga, ma anche gestore di un giro di bagarinaggio.

La consapevolezza di Agnelli e dei suoi uomini interessa molto ad alcuni parlamentari che chiedono conto di alcune dichiarazioni sugli incontri e sulle intercettazioni lette da Pecoraro il 7 marzo. L’incontro tra Agnelli e Rocco Dominello, ultrà sotto processo a Torino per associazione a delinquere di stampo mafioso perché ritenuto un esponente della cosca Bellocco di Rosarno, “c’è stato”, ma sarebbe avvenuto nel periodo maggio-giugno 2012, quindi prima dell’arresto dei due fratelli del tifoso nell’operazione antimafia “Colpo di coda” dell’ottobre seguente. Pecoraro ha citato una conversazione del 9 agosto 2016, più di un mese successiva all’operazione “Alto Piemonte, tra il security manager Alessandro D’Angelo e Alberto Pairetto, dirigente juventino: “Tutti sapevamo dell’estrazione familiare perché ci siamo informati su Facebook, su Google. Mi sono detto: Questo ha 40 anni ed è incensurato, questo ha scelto una vita diversa dalla sua famiglia’”.

Poi ovviamente è arrivato il momento di rispondere sulla cosiddetta “intercettazione fantasma“: quella tra D’Angelo e l’ex direttore commerciale Francesco Calvo in cui il primo dice “Hanno arrestato i fratelli, ma lui è incensurato e noi parliamo con lui”. Secondo il senatore del Pd, Stefano Esposito, nella sua prima audizione a palazzo San Macuto Pecoraro aveva accreditato quelle parole ad Andrea Agnelli. “Lei non deve sostenere in nessun modo che io abbia affiancato il presidente Agnelli alla ‘ndrangheta. Altrimenti avrei usurpato i ruoli della giustizia ordinaria”, ha detto oggi Pecoraro, replicando al senatore dem. “Io non posso escludere che Agnelli fosse a conoscenza dell’estrazione di Rocco Dominello. Questo per me è un indizio”, ha aggiunto, prima di attribuire quell’interpretazione ai magistrati torinesi: “Da una lettura migliore e da una revisione logica la attribuisco al pubblico ministero”. Per il procuratore federale, dunque, sarebbero stati i pm torinesi ad accreditare ad Agnelli le parole invece pronunciate D’Angelo, ma dalla procura guidata da Armando Spataro è arrivata una smentita: “L’ufficio si è limitato a trasmettere gli atti richiesti dalla procura federale senza esprimere alcuna interpretazione al riguardo, ciò in particolare rispetto alle conversazioni intercettate nell’estate 2016”, si legge in una nota.

 

La presidente della commissione Rosy Bindi ha voluto mettere un punto fermo: “Pecoraro ammette oggi che in quella telefonata non si sta parlando del presidente della Juve”. Per il resto – ha aggiunto – “a me basta e avanza sapere che le mafie in Italia arrivano persino alla Juventus e questo è chiaro”. Ai primi di maggio in commissione Antimafia interverrà il presidente bianconero. Poi, il 26 maggio, la Juventus dovrà affrontare il processo sportivo: “Il Tribunale federale nazionale ha scelto questa data per far sì che non ci siano effetti sul campionato di Serie A e in modo tale che tutto possa avvenire con la massima serenità”, ha precisato il procuratore federale.