Non si può escludere che i Nar abbiano fatto tutto da soli, non ci sono prove di mandanti e finanziatori occulti. È questa in sostanza la tesi della Procura della Repubblica di Bologna che ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta, aperta quasi sei anni fa, per la ricerca di chi ordinò la strage del 2 agosto 1980 alla stazione. Un’inchiesta nata su impulso della Associazione dei familiari delle vittime, che hanno sempre sostenuto che la bomba faceva parte di un piano più ampio che, a partire dalla bomba a Piazza Fontana, mirava a sovvertire l’ordine democratico in Italia. La bomba, collocata nella sala d’attesa dello scalo, fece 85 morti e 200 feriti. Come autori sono stati condannati i militanti di estrema destra Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Giuseppe Ciavardini (quest’ultimo minorenne all’epoca).

Secondo i pm, la formazione dei Nar, i Nuclei armati rivoluzionari di cui facevano parte, “era composta dai teorici dello spontaneismo armato nazional rivoluzionario, che li ha portati a rompere anche con le altre figure del neofascismo militante”. Per la Procura dunque è difficile pensare che abbiano agito guidati da apparati deviati dello Stato o da strutture segrete: “All’interno di tale struttura criminale militare autonoma e occulta – si legge, a proposito dei Nar, nella richiesta di archiviazione firmata anche dal procuratore capo Giuseppe Amato – logicamente, solo ed esclusivamente i componenti della banda potevano assumere, di volta in volta, le decisioni inerenti le azioni di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico da compiere, rifiutando qualsiasi forma di interferenza esterna, sia da parte di altri gruppi neofascisti, sia in particolare da parte di soggetti che (…) erano percepiti dalla banda come l’espressione del potere politico-poliziesco-militare- finanziario di quell’ordine della società ‘borghese’ che i componenti della banda armata intendevano sovvertire violentemente”.

In particolare secondo i pm non si può dire che l’allora capo della loggia massonica deviata P2 Licio Gelli abbia dato un finanziamento “indirizzato alla commissione della strage”. Tra gli indizi c’era il documento intitolato “Bologna”, sequestrato nel 1982 a Gelli, quando fu arrestato in Svizzera. Un documento che faceva riferimento a un conto corrente bancario. Secondo gli inquirenti tuttavia nulla fa pensare che Gelli abbia destinato i soldi di quel conto a Fioravanti e al suo gruppo. Il capo della P2, morto nel 2015, era stato condannato nell’ambito del processo per la strage, ma solo per il reato di calunnia. Per i giudici tentò, insieme a uomini dei servizi segreti, di depistare le indagini e assicurare l’impunità agli autori della strage. L’Associazione delle vittime nel 2015 aveva chiesto che venisse indagato per concorso in strage assieme ad altri nomi. Ma per la Procura “nulla di concreto è emerso”.

Subito è arrivato il commento di Paolo Bolognesi, presidente della Associazione familiari e deputato Pd: “Da una prima lettura, la richiesta di archiviazione appare come un documento molto frettoloso che non si sofferma su aspetti importanti e arriva a definire Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e la loro banda degli ‘spontaneisti’, ignorando le tante acquisizioni che raccontano ben di più. Le conclusioni dei Pm sono una acrobazia, realizzata by-passando elementi investigativi seri”.
L’Associazione aveva messo insieme migliaia di pagine delle sentenze relative ai più importanti processi per le stragi degli anni 60-70, da Piazza Fontana in poi. Decine di nomi di uomini dello Stato, dei servizi, delle Forze Armate, dell’estrema destra, delle logge deviate che avrebbero lavorato, per anni, per sovvertire l’ordine democratico. Secondo i familiari ci sarebbero gli estremi per indagare per i reati di insurrezione armata e di alto tradimento: su queste accuse la Procura di Bologna a fine 2016 ha inviato le carte a Roma, che ha la competenza territoriale, visto che eventuali cospirazioni non possono non avere come centro la capitale.

Secondo il procuratore Amato, il suo ufficio ha fatto il possibile in questi anni: “Non è che noi stiamo discutendo di qualcosa che deve essere ancora scoperto – ha spiegato il capo della Procura a margine di una conferenza stampa – noi abbiamo fatto una indagine a tutto tondo, abbiamo esplorato il tema mandanti e abbiamo dovuto prendere atto sulla base delle indagini che sono state svolte che non c’è un tema mandanti rispetto al quale si possa e si debba sviluppare una indagine penale. Non possiamo cambiare il nostro ruolo con un ruolo politico o un ruolo di storici, il nostro è un ruolo di operatori di giustizia”.

Tuttavia proprio sul fronte penale la vicenda della strage non è finita. Anzi, proprio nei giorni in cui sembra archiviata la pista mandanti, la Procura di Bologna ha chiuso le indagini a carico di Gilberto Cavallini per concorso in strage. Un nome ricorrente nelle vicende dei Nar quello di Cavallini, condannato all’ergastolo per l’omicidio del giudice Mario Amato, avvenuto nel 1980. Nell’ambito del processo per la strage di Bologna era stato condannato solo per banda armata. Nel 2009 tuttavia era già stato indagato per concorso nella strage, ma nel 2014 arrivò una prima archiviazione. Ora il colpo di scena: l’indagine su di lui è stata riaperta nel 2014 e ora è arrivato l’avviso di fine indagine che prelude una possibile richiesta di rinvio a giudizio. Se il Giudice per le udienze preliminari dovesse decidere di mandarlo a processo, in un’aula di tribunale a Bologna si potrebbe tornare a discutere dell’attentato. Secondo l’accusa, da dimostrare davanti al giudice, Cavallini fornì rifugio sicuro in Veneto a Mambro e Fioravanti prima della loro trasferta a Bologna per mettere la bomba. E fornì, dicono i pm, anche l’automobile per raggiungere il capoluogo emiliano quella mattina.

Due anni fa era stata archiviata anche un’altra lunga inchiesta, che batteva una pista alternativa a quella dei Nar: la cosiddetta pista palestinese. Sul fronte della giustizia civile invece Mambro e Fioravanti sono stati condannati a pagare oltre due miliardi di euro di risarcimento allo Stato.