di Francesca Scoleri

Si è tenuta ieri a Palermo l’udienza avente oggetto la richiesta di archiviazione delle denunce del maresciallo Saverio Masi, attuale capo scorta del magistrato Nino Di Matteo, e del maresciallo Salvatore Fiducia: i due, nel 2013, hanno presentato denuncia nei confronti di cinque ufficiali dell’arma dei carabinieri, accusandoli di aver “frapposto continui ostacoli nel corso di indagini mirate alla cattura di super latitanti” come Bernando Provenzano, morto in carcere nel luglio scorso, e Matteo Messina Denaro, ancora a piede libero.

Oggetto della denuncia è l’ipotesi di favoreggiamento personale aggravato nei confronti dei super latitanti a seguito di continue pressioni a cessare indagini e ostacoli all’attività investigativa.

Il maresciallo Masi è anche testimone nel processo trattativa Stato-mafia, nel corso del quale ha dichiarato di aver dato inizio alla ricerca di Provenzano nel 2001 con un’indagine che venne inspiegabilmente chiusa. Successive indagini della Polizia di Stato provarono la validità della pista investigativa seguita da Masi che portò all’arresto di alcuni favoreggiatori del boss corleonese; dei contadini residenti nelle contrade interessate dalla presenza di Provenzano. Incongruenze investigative rimaste senza risposta che meriterebbero approfondimenti in sede giudiziaria come richiesto dalla difesa di Masi e Fiducia, l’avvocato Giorgio Carta.

Le denunce presentate dal maresciallo Fiducia vanno nella stessa direzione: indagini avviate (di cui i giudici non sono mai venuti a conoscenza) e materiale prodotto, consegnato ai superiori e successivamente sparito nel nulla.

Stesso scenario sul fronte Messina Denaro: stando alle dichiarazioni di Masi durante il processo sulla trattativa Stato-mafia, ci sono state forti resistenze ad approfondire operazioni di intercettazioni e pedinamenti dopo aver individuato, nella città di Bagheria, la donna riconosciuta anche dagli ufficiali denunciati come l’amante di Matteo Messina Denaro. Secondo dichiarazioni interne alla procura di Palermo, il boss di Castelvetrano “è ad oggi protetto da una rete massonica” composta da pubblici ufficiali, imprenditori vicini alla mafia, banchieri e politici che, pare, debbano a lui la propria ascesa.

Nell’udienza, si discutono parallelamente altri procedimenti: l’accusa di falsa testimonianza nei confronti di due degli ufficiali denunciati, che sarebbe costata al maresciallo Masi una condanna in Cassazione per la richiesta di annullamento di una contravvenzione presa in servizio. Solo dopo la chiusura del processo, sono emerse le prove della buona fede delle dichiarazioni del Masi, riguardanti l’utilizzo di veicoli privati per la ricerca di Messina Denaro e quindi la lecita richiesta di annullamento della contravvenzione negata nelle dichiarazioni dei superiori del maresciallo Masi.

Il gip ha fissato per il 29 marzo la prossima udienza.

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