Il futuro del Sulcis, sud ovest Sardegna, è ancora sinonimo di industrie pesanti. E quello di una “innovativa” centrale elettrica di cogenerazione a vapore da 350 megawatt, gestita dalla newco Euralenergy (con capitale anche della Sfirs, partecipata della Regione) e alimentata a carbone. Unico caso italiano, ma che segue un trend europeo. Il materiale arriverà per forza da oltre mare visto che le miniere sarde sono solo un ricordo dopo l’avvio della dismissione dell’ultima miniera estrattiva, la Carbosulcis di Gonnesa. Il percorso è tracciato nel riavvio dell’Eurallumina di Portovesme, fabbrica di proprietà della russa Rusal attiva dal 1968 e ferma dal 2009: da allora non si produce più allumina dalla bauxite – con una media di oltre un milione di tonnellate all’anno – e per i 300 dipendenti diretti è scattata la cassa integrazione, di proroga in proroga, fino ad ora. E ancora fino alla ripartenza effettiva che vale un investimento da 200 milioni di euro (fondi pubblici e della Rusal) che pare ormai tracciata. E già festeggiata dagli operai in tuta verde guidati dalle sigle di categoria Filctem, Femca e Uiltec e dal leader Antonio Pirotto di mese in mese, di protesta in protesta, fino all’esito della conferenza di servizi che conta 23 soggetti coinvolti. Un progetto integrato e in ballo da 925 giorni, più di due anni e mezzo. Per il Sulcis, terra di ammortizzatori sociali in una regione con la disoccupazione al 15,9% contro il 10 per cento nazionale (secondo i dati dell’ufficio statistiche della Regione), il riavvio e ammodernamento della fabbrica resta una buona notizia a cui si reagisce con abbracci e il ritiro degli striscioni al suon del motto: “Ogni busta paga, una famiglia”. Anzi nella filiera zoppa, per via dell’assenza di Alcoa – a caccia di acquirenti nelle mani di Invitalia – a cui andava gran parte dell’allumina base, si auspica che questa sia la scintilla che possa riaccendere l’intero polo in dismissione.

Il parere non vincolante e il pressing serrato di Regione e politica – L’unico no è stato opposto dal Soprintendente all’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, Fausto Martino, ma è un parere non vincolante. Anche se in un primo momento aveva scatenato l’ira dell’assessore agli Enti locali, Cristiano Erriu, pronto a lanciare battaglia al ministero competente (Mibact) sulla consueta linea che contrappone la Sardegna al governo centrale. “Così salta tutto”, ha dichiarato pochi giorni prima. Il braccio di ferro si è allentato subito anche se la Rusal dovrà integrare decine di osservazioni al progetto e ci vorranno circa due mesi. Ma il lavoro della giunta di centrosinistra, appoggiato anche dai senatori Pd, sembra salvo. E non è un caso che il responso al sit in delle tute verdi sia stato dato dall’assessore regionale all’Ambiente, Donatella Spano: “Una volta che l’azienda consegnerà la nuova documentazione, il servizio dell’assessorato la valuterà e verrà quindi predisposta la monografia e l’istruttoria che è allegata alla delibera di Giunta che prenderà una decisione collegiale”. Il capo di Gabinetto della Presidenza della Regione, Filippo Spanu, ha sottolineato che: “Come è stato dimostrato anche in questa occasione, la Giunta è interessata a questa iniziativa, che ha la massima attenzione dal punto di vista politico”. E fioccano le dichiarazioni soddisfatte da Roma e Cagliari, incluse quelle del senatore Luciano Uras (ex Sel e ora gruppo misto in Aula). Una sorta di corsa collettiva “all’investimento da non perdere” sostenuta anche da Francesco Sanna, deputato Pd di Iglesias, in corsa ora per la segreteria del partito, commissariata dalle dimissioni di Renato Soru, a maggio del 2016.

Il documento “paesaggistico” e “ambientale” – Nelle otto pagine del documento depositato a fine gennaio il funzionario Martino traccia il perché della sua bocciatura (rimasta l’unica). Al centro c’è uno dei punti più controversi del progetto: il necessario ampliamento del bacino dei fanghi rossi, a ridosso della costa, come sottolineato anche nel parere. Si tratta di un sito di stoccaggio degli scarti di lavorazione della bauxite (attraverso la soda caustica e la successiva calcinazione) ampio 177 ettari diviso in quattro vasche, da innalzare ulteriormente – secondo le richieste – di 46 metri sul livello del mare. Il Soprintendente contesta la vicinanza a siti di interesse paesaggistico come le tonnare, ma cita anche una questione differente e “di opportunità” relativa all’area di recupero, sempre secondo le norme di attuazione del Piano paesaggistico regionale. Nell’area, scrive: “non sono consentiti interventi, usi o attività che possono pregiudicare i processi di bonifica o di recupero o comunque aggravare le condizioni di degrado”. Il degrado è quello ambientale, una volta ripresa la produzione la “discarica” di rifiuti speciali è assolutamente indispensabile. Come si legge in un documento della stessa Eurallumina, la produzione media degli scarti è pari a 650mila tonnellate all’anno con una proporzione di “di circa 0,7 chili per chilogrammo di allumina”. E proprio sul contestato bacino – posto in parte sotto sequestro dalla Procura – è ancora in corso un processo al tribunale di Cagliari con imputati Vincenzo Rosino, amministratore delegato Eurallumina, e Nicola Caldoro direttore degli impianti. Entrambi devono rispondere di disastro ambientale e traffico illecito di rifiuti. L’accusa è relativa all’utilizzo nei bacini – consapevole – di acqua di falda inquinata dal processo di produzione. E le analisi commissionate a un perito evidenziano la contaminazione record di cromo, fluoruri e mercurio anche dieci volte superiore i livelli di legge.

Il fronte del “no” e le malattie – Da mesi le associazioni e comitati popolari (Grig, Carlofortini preoccupati , Adiquas) depositano osservazioni sul progetto e ribadiscono la loro opposizione. Lo stesso fa Isde – Medici per l’Ambiente Italia: “Si insiste sulla scelta del carbone come l’opzione più economica per l’impresa, ma anche la più dannosa sul piano emissivo, senza tenere conto dei costi esterni socio-sanitari che sarebbero ricaduti sulle popolazioni già fortemente provate dalle gravi condizioni ambientali presenti nel Sito di Interesse Nazionale (SIN) del Sulcis-Iglesiente-Guspinese”. Gli effetti dell’inquinamento sulla catena alimentare sono finiti sulla tavola degli abitanti con un rischio concreto per la salute. Nel 2012  l’Istituto Superiore di Sanità e l’Asl 7 di Carbonia hanno posto un divieto di commercio del latte, mitili, carni, frutta e verdura. Ed è la stessa Asl del Sulcis che evidenzia “un aumento delle patologie del polmone nell’area di Portoscuso”. Mentre Legambiente ricorda che “il piano di disinquinamento dell’area avrebbe dovuto concludersi in quattro anni, ma dopo oltre vent’anni non si è ancora concluso e soprattutto non ha risolto la grave situazione di compromissione del territorio nelle diverse matrici ambientali aria, acqua, suolo”. La Sardegna resta in bilico da decenni sullo stesso rebus: da una parte il miraggio del lavoro, dall’altra quello delle bonifiche, del risanamento e dell’economia sostenibile, alternativa e ‘pulita’.