Auto e mezzi non riescono ad andare avanti, e allora vanno a piedi o con gli sci, mentre un vento gelido gli soffia addosso. È una corsa contro il tempo quella dei soccorritori – Vigili del fuoco, poliziotti, carabinieri, uomini del Soccorso Alpino e della Guardia di Finanza, medici, paramedici e volontari della Protezione Civile –  in marcia per 20 ore verso quell’albergo a quota 1200 a Farindola, nel Pescarese, travolto da una valanga che ha spostato la struttura di almeno 10 metri e portato con sé rami, pietre e alberi. Impiegano una notte intera per raggiungere l’hotel Rigopiano, una notte infernale e assurda, fatta di dolore e ingegno per risolvere i problemi.

Arrivano, scoppiano in lacrime: davanti hanno solo macerie. Sotto ci sono trenta persone coperte da infiniti metri cubi di neve, in un luogo sepolto dal freddo e dal silenzio. Quando riescono ad arrivare sul posto, i vigili del fuoco dicono che “la situazione è drammatica. L’albergo è stato spazzato via, è rimasto in piedi solo un pezzetto”. Davanti a loro “tonnellate di neve, alberi sradicati e detriti che hanno sommerso l’area dove si trovava l’albergo”. Vedono “materassi trascinati a centinaia di metri da quella che era la struttura“. Le unità cinofile non rilevano nulla. La slavina è arrivata dopo il terremoto che mercoledì 18 gennaio ha ancora una volta fatto tremare il Centro Italia. L’hotel sul suo profilo Facebook già alle 9 del mattino segnalava che causa maltempo le linee telefoniche erano fuori servizio. Poi sono arrivate le quattro scosse, tutte di magnitudo superiore a 5, e la valanga. “Aiuto, moriamo di freddo”, scrivevano dalla struttura quando era già irraggiungibile.

Il viaggio dei soccorritori comincia verso le 18 di ieri, quando l’allarme lanciato da Giampiero Parete, uno dei due sopravvissuti, è arrivato nelle centrali operative. “C’è un hotel completamente isolato in una frazione di Penne“, è stata la prima comunicazione. Le colonne si sono mosse dall’Aquila e da Pescara, ma subito ci si è resi conto che salire i tornanti che da Penne portano nel cuore del Gran Sasso, sarebbe stata un’impresa. Da Penne all’hotel, infatti, sono meno di 25 chilometri, massimo mezz’ora di macchina in condizioni normali. Ma non oggi: usciti dal paese, ogni 500 metri la neve aumenta di 20 centimetri. Imboccato il bivio per Fivirola, l’ultimo paesino prima dell’hotel, il silenzio è totale, come il manto bianco che avvolge tutto e che raggiunge il metro d’altezza. I mezzi passano a fatica, alcuni con le catene montate a tutte e quattro le gomme, ma passano. Attorno alle 19 le avanguardie già sono in contrada Cupoli, quattro case e un bar dove abitano anche alcuni dei dipendenti dell’albergo: mancano solo undici chilometri al Rigopiano ma la neve raggiunge i due metri e i telefoni cellulari non prendono: i soccorritori parlano tra loro e con le rispettive centrali soltanto via radio.

Ed è qui che inizia l’odissea, quella vera. Fatti i due primi tornanti, il muro di neve ai bordi della provinciale copre completamente i cartelli stradali; la strada è ridotta ad un’unica carreggiata: se passa qualcuno nel verso opposto bisogna fare centinaia di metri in retromarcia nella neve e, in diversi punti, gli alberi crollati per la troppa neve riducono ancora l’asfalto percorribile. Si decide così di fermare i mezzi pesanti, si va avanti solo con le campagnole. Ad aprire la strada è una turbina, una macchina che serve a strappare la neve dall’asfalto e spararla di lato.

Attorno alle 22 i mezzi imboccano l’ultimo tratto di strada, i 9 chilometri dal bivio di Rigopiano all’albergo. E dietro la prima curva l’avanzata s’arresta: la macchina incontra alberi e rami sulla sua strada. Se prosegue, la fresa – che impiega un’ora per fare 700 metri – si rompe e addio hotel. Tocca ai vigili del fuoco con le motoseghe, aprire la strada. Sotto la neve che continua a cadere e con almeno 5 gradi sotto zero. Così, non s’arriva. “La situazione è estremamente problematica – dice alle due di notte il delegato alpino del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico (Cnsas) Abruzzo, Antonio Crocetta, al lavoro insieme alla colonna mobile di soccorso -. Non so bene a che distanza siamo, credo 5 o 6 chilometri. Ci sono tre o quattro metri di neve. Ora la mia squadra e quella della Guardia di finanza proseguiranno a piedi, con gli sci”. Fuori uso anche le ambulanze e gli altri veicoli: “Si sono dovuti fermare – spiega -. Per ora proseguono solo i mezzi speciali e la turbina, il cui obiettivo è quello di aprire la strada”. E proseguono da due ore anche quattro uomini del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza e del Soccorso Alpino civile, che a mezzanotte si erano sganciati. Con gli sci con le pelli di foca ai piedi cominciano a salire, lentamente, tra la bufera di neve. Quattro ore d’inferno.

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“Abbiamo dovuto utilizzare gli sci d’alpinismo per scavalcare i muri di neve – racconta il maresciallo della Gdf Lorenzo Gagliardi – In alcuni punti non si vedeva neanche dove fosse la strada”. Capiscono che la situazione è drammatica, ma è ancora notte profonda, non si vede nulla. Riescono, però, a raggiungere i due sopravvissuti, Fabio Salzetta e Giampiero Parete, che solo per un caso si trovavano fuori al momento dell’arrivo della slavina.

Troppa neve, impossibile andare avanti. Gli unici in grado di avvicinarsi sono i vigili del fuoco, con un elicottero e un cingolato per otto persone. Sono ore dove la neve si mischia alle macerie. Attorno alle 8 del mattino la turbina si ferma: è finito il gasolio. Le riserve ci sono ma sono un paio di chilometri indietro. Così una ventina di vigili del fuoco prede una tanica a testa e torna indietro a piedi nella neve, fa rifornimento dagli altri mezzi e torna indietro, consentendo alla macchina di ripartire. E arriva anche ‘il bruco’, un mezzo cingolato che può trasportare fino ad otto persone. La turbina riparte. Arrivano anche le unità cinofile che però non rilevano nulla. Davanti, ancora ad alcune centinaia di metri, c’è la slavina che ha coperto tutto. È quasi mezzogiorno quando la colonna imbocca l’ultimo chilometro, il più difficile. Gli alberi crollati sono ovunque e una nuova slavina rallenta ancora l’avanzata.

“Mai vista così tanta neve. Mai trovata una situazione così difficile” racconta esausto chi scende. Finalmente i mezzi riescono ad aprirsi il varco giusto, ma gli ultimi 300 metri vanno fatti a piedi. Per forza. Viene così creato un ‘parcheggiò spazzando via centinaia di metri cubi di neve. E, con la neve alle ginocchia, i soccorritori arrivano finalmente all’hotel e, 20 ore dopo aver cominciato, possono finalmente iniziare il loro lavoro. Verso le 15 qualche mezzo comincia a scendere dall’hotel, a breve arriverà il cambio. Dentro ci sono facce distrutte, stralunate, sconvolte. Come è lassù? “Non c’è più niente”.