Post-truth è stata scelta come parola del 2016 da Oxford Dictionaries per il massiccio uso che ne è stato fatto durante l’anno in connessione alla Brexit e alle elezioni presidenziali statunitensi che hanno registrato la vittoria di Donald Trump. Ma che cos’è la post-verità? Secondo Oxford Dictionaries si tratta di un’espressione “relativa o denotante circostanze in cui i fatti obiettivi hanno meno influenza nel formare la pubblica opinione di quanto non ne abbiano gli appelli alle emozioni o alle credenze personali”.

Insomma, non sarebbe più vero quanto diceva lo scrittore Michail Bulgakov, ovvero che un fatto è un fatto, e un fatto è la cosa più ostinata del mondo. E lui, l’autore del magnifico Il Maestro e Margherita, dei fatti, e della loro mistificazione, doveva saperne qualcosa, visto il suo travagliato rapporto con l’Unione Sovietica di Stalin. Ed è proprio in quel libro che Bulgakov richiama la domanda di Pilato a Gesù: “Che cos’è la verità?” senza attendere poi risposta. Domanda complicata, alla quale anche i filosofi fanno fatica a rispondere.

Come diceva John Austin, più che alla “verità”, occorrerebbe guardare al “vero”. Tuttavia, nonostante le massicce iniezioni di nuovo realismo filosofico, ovvero le prese di posizione di Maurizio Ferraris a favore del ritorno della “realtà” dopo l’ubriacatura ermeneutico-postmoderna, insomma nonostante il proposito di far tornare la filosofia a occuparsi di quell’indistinto nocciolo duro di realtà che rimane una volta grattato il tufo profondo della propaganda e dell’ideologia, siamo ripiombati in pieno – più che nell’era della post-verità – in un mondo costruito attorno alle balle. Balle di ogni genere, dalle balle sui vaccini alle balle sui migranti, è un florilegio di bufale. Altro che post-verità.

Certo, rimane il fatto che la post-verità condivide con le balle questo tratto determinante: che “noi, come popolo libero, abbiamo liberamente deciso che vogliamo vivere in un mondo di post-verità”, come affermava il commediografo Steve Tesich commentando su The Nation l’affaire Iran-Contra. “Liberamente”, dato che le balle che ci vengono cucinate e ammannite sotto gli occhi potremmo cercare di smontarle, di bucarle come palloni pieni d’aria.

E invece suggiamo le labbra dei proferitori di balle come baceremmo quelle della nostra amata. Pare che le balle ci piacciano, visto il successo che hanno. Quello che forse la post-verità aggiunge alle balle vere e proprie è la messa in crisi della nozione di auctoritas: ovvero l’autorità del parlante, che forniva una garanzia, il bollino dell’affidabilità della notizia. Ma è pur vero che questa affidabilità è stata, negli anni, riconosciuta a soggetti che non avevano alcun merito in proposito. Quante volte abbiamo sentito l’argomento veritativo “l’ha detto la televisione”? Eppure se la memoria non mi inganna c’era, non so se c’è ancora, una targhetta nella Certosa di Pontignano in cui la sala delle bugie era quella in cui era stato collocato l’apparecchio televisivo.

Ma per vivere con un minimo di serenità, occorre individuare coloro di cui ci si può fidare, quelli che sono in grado di dire la “verità”, qualsiasi cosa ciò significhi. Delle auctoritates a cui chiedere di dirimere i nostri dubbi, di indicare con una certa autorevolezza la strada. E invece è questa fiducia che nel 2016 è sembrata malriposta: abbiamo sentito balle da ogni lato. Balle dai giornali, balle dai politici (i maggiori produttori di post-verità), balle dalla televisione. E se era facile il collegamento tra balle, post-verità e il famigerato “populismo”, tanto da far dire a Pitruzzella (presidente dell’Antitrust) che “in politica la post-verità è uno dei motori del populismo e una delle minacce alla nostra democrazia“, meno ovvio sembrava, ma nel 2016 il velo è stato malamente squarciato, questo legame con i “salotti buoni” dell’informazione e con quelli della politica alta. Si sono rotte le cateratte e siamo stati inondati di post-verità anche da parte di presidenti del consiglio, ministri, banchieri, intellettuali, “autorevoli” columnist.

Sorvolerei sul fatto che l’ex presidente del consiglio Renzi pare fosse soprannominato a scuola “il bomba”, ovvero colui che si produce in vanterie esagerate e in notizie false. Cosa c’è da sperare per questo 2017, dunque? Che si ritorni alle vecchie, sane bugie dette dai “cazzari” riconosciuti e certificati, e che si possa tornare a riporre fiducia in qualcuno per il ruolo che ricopre, per il giornale su cui scrive, per gli studi che ha fatto. Insomma, che finisca l’epoca della post-autorità.