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Il “gemello postumo” in AI: parlare con i morti può confortarci davvero?

Che cosa accade se la tecnologia ci offre l’illusione di non doverci separare mai? Forse stiamo entrando in una fase storica completamente nuova
Il “gemello postumo” in AI: parlare con i morti può confortarci davvero?
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Da qualche mese si parla ovunque di “gemello AI”.
Un’espressione che fino a poco tempo fa sembrava appartenere alla fantascienza e che oggi, invece, entra sempre più spesso nelle conversazioni quotidiane. Assistenti virtuali che imitano il nostro linguaggio, sistemi capaci di apprendere il nostro stile comunicativo, piattaforme che promettono di costruire copie digitali della nostra presenza.

Ma cosa accade quando questa possibilità incontra il tema della morte? Negli ultimi anni abbiamo iniziato a lasciare online enormi quantità di tracce di noi stessi: messaggi vocali, mail, fotografie, video, chat, registrazioni audio, post pubblici e privati. Una memoria digitale continua. Talmente estesa che alcune tecnologie sono già in grado di utilizzare questi dati per simulare il modo di parlare, di rispondere e perfino di relazionarsi di una persona.

È qui che nasce il cosiddetto “gemello postumo”.
Una presenza artificiale costruita sui dati lasciati da qualcuno dopo la sua morte.

Ma che cosa significa davvero? Siamo davanti a una nuova forma di memoria oppure a qualcosa di completamente diverso? E soprattutto: che cosa produce, psicologicamente ed emotivamente, la possibilità di continuare a “parlare” con chi non c’è più?

Per molto tempo il rapporto con l’assenza è passato attraverso tracce silenziose: lettere, fotografie, oggetti personali, vecchie registrazioni, abiti custoditi negli armadi. Erano frammenti che aiutavano a ricordare, ma non rispondevano. Non interagivano. Oggi, invece, la tecnologia sembra voler ridurre proprio ciò che la morte porta inevitabilmente con sé: il silenzio.

Perché una cosa è conservare una traccia. Un’altra è ricevere una risposta. Un gemello postumo funziona attraverso sistemi di intelligenza artificiale addestrati sui materiali lasciati online da una persona. Più dati esistono, più l’algoritmo riesce a ricostruire schemi linguistici, tono emotivo, modalità relazionali. Non si tratta di una “resurrezione digitale”, come qualcuno superficialmente sostiene, ma di una simulazione statistica della presenza.

Eppure, dal punto di vista emotivo, l’effetto può essere enorme.

Può diventare consolatorio rileggere parole che sembrano familiari? Probabilmente sì.
Può aiutare qualcuno nelle prime fasi del lutto? Forse, in alcuni casi, anche questo è possibile. Ma fino a che punto? Quando il dialogo con una simulazione rischia di trasformarsi in una difficoltà a confrontarsi con l’assenza reale? Quando la memoria smette di essere memoria e diventa una forma di permanenza artificiale? E cosa accade se il dolore viene continuamente anestetizzato da una presenza disponibile in ogni momento?

La death education, da tempo, prova a ricordarci che il lutto non è un errore da correggere rapidamente. Il dolore non è un malfunzionamento da eliminare. Il lutto comporta separazione, trasformazione, ridefinizione del legame. Non consiste nel cancellare l’assenza, ma nell’imparare gradualmente ad attraversarla e integrarla. Che cosa accade allora se la tecnologia ci offre l’illusione di non doverci separare mai davvero?

Forse stiamo entrando in una fase storica completamente nuova. Per la prima volta l’essere umano lascia dietro di sé archivi sufficientemente grandi da permettere a una macchina di imitare la sua presenza comunicativa. Il fantasma contemporaneo non nasce più “dal soprannaturale”, ma dai dati.

E le domande etiche iniziano inevitabilmente a moltiplicarsi. Chi decide se creare un gemello postumo? Serve un consenso espresso prima della morte? Quali conseguenze potrebbero esserci sui minori in lutto? Quanto mercato entrerà nel bisogno umano di continuità affettiva? E soprattutto: siamo sicuri di voler trasformare il dolore in uno spazio permanentemente interattivo?

Forse il problema non è stabilire se queste tecnologie siano giuste o sbagliate in assoluto. Il problema è capire che cosa accade all’essere umano quando il silenzio diventa intollerabile.

Perché il lutto non è soltanto invocazione ed evocazione. È anche assenza. E forse una delle prove più difficili dell’amore consiste proprio nell’accettare che, a un certo punto, chi abbiamo perduto non possa più rispondere.

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