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Così ho sperimentato la mancanza di risorse, di organizzazione e serietà dei Centri di salute mentale

A Roma, la cura del paziente psichiatrico è un percorso a ostacoli praticamente insormontabile
Così ho sperimentato la mancanza di risorse, di organizzazione e serietà dei Centri di salute mentale
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di Cristina Zibellinic

L’omicidio del giovane Sako Bakari, in un meridione d’Italia dimenticato dalle istituzioni, appare l’espressione di un totale cedimento di una via umana alla complessità di questo epilogo epocale, ove risulta difficile scorgere anche solo un indizio della dimensione del tragico capace di aprire alla catarsi. Il gesto omicida del giovane El Koudry conferma la crisi, e pur rimanendo maggiormente ancorato a una dimensione storico-politica, è agghiacciante per l’indifferenza delle istituzioni alla vita di cittadini inermi e di un cittadino lasciato solo con la sua rabbia.

I minorenni di Taranto devono pagare duramente per aver tolto la vita a un uomo che stava cercando di vivere, ma come El Koudry avevano diritto a che le istituzioni si curassero di loro prima che arrivassero a compiere un gesto irreparabile.

Conosco per esperienza familiare la mancanza di risorse, di organizzazione, di serietà di quelli che sono ancora denominati Centri di salute mentale. A Roma, la cura del paziente psichiatrico è un percorso a ostacoli praticamente insormontabile, anche per i parenti diversamente sani del soggetto. Non esiste una segreteria psichiatrica: se si chiama il centralino risponde, quando risponde, il custode del complesso di edifici in cui è collocato anche il servizio psichiatrico. Non c’è alcuna trasparenza sull’organizzazione del servizio, i suoi responsabili. Non esiste un servizio di accoglienza e i casi di urgenza sono considerati quelli pericolosi per il paziente o per l’incolumità altrui e rinviati al 118, che conduce il paziente al pronto soccorso di un ospedale qualsiasi.

Se il disagio non è, al momento, da trattamento sanitario obbligatorio, ma è solitudine psichica, angoscia per un senso di totale vuoto, l’incapacità a modificare la condizione esistente, risponderà con aggressività un/a infermiere/a che dirà che lo/a psichiatra non c’è, di richiamare il giorno successivo e se il parente proverà a chiedere di aiutare in quel momento doloroso il congiunto, la risposta sarà che “non sono badanti h24”.

Il problema è che non c’è ascolto né supporto neppure un’ora a settimana. Lo/a psichiatra vede il malato, non la persona con la sua malattia, per prescrivere i farmaci, una volta al mese. La posizione soggettiva degli specialisti è spesso di liberarsi da eventuali responsabilità, con interventi che mirano a scaricare totalmente sulla famiglia l’accudimento della persona, anche con interventi minacciosi, “non può restare solo/a”, senza fornire una pur modesta chiave nel merito psichiatrico, mettendo in atto un comportamento di potere, rendendo un dramma il quotidiano di chi ama il proprio congiunto, invece di fornire un servizio, che non può avere efficacia se non animato dalla volontà di comprendere e aiutare.

Non conosco le storie dei minorenni di Taranto, né quella del giovane di Modena. Non ho, tuttavia, dubbi sulla solitudine morale e materiale in cui una famiglia, magari già di per sé problematica, amici, insegnanti e qualsiasi persona di buona volontà si vengano a trovare laddove il sociale produce difficoltà soggettive e devianza.

La malattia dell’anima, il suo intrecciarsi con le tante questioni sociali dell’oggi, le conseguenze drammatiche per la sofferenza di milioni di persone e per chi, a sua volta, ne può diventare vittima, non sembrano all’ordine del giorno delle agende dei partiti politici. Faccio appello alle formazioni progressiste, ma anche a quelle di destra con un minimo di senso di civiltà, perché considerino questa questione meritoria di riflessione e fondi. Non ultimo, occasione seria di lavoro, in primis per i giovani.

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