Il governo centrale? Si disimpegna. I tempi dei processi? Scandalosi. Il procuratore capo di Bari, Giuseppe Volpe, torna a pungere cinque mesi dopo la lettera di fuoco inviata al ministro Orlando, seguita all’appello di Matteo Renzi affinché si celebrino processi rapidi. A maggio, l’oggetto della missiva inviata al Guardasigilli già metteva spalle al muro il ministero della Giustizia: “Collasso della Procura distrettuale di Bari per carenza di personale amministrativo”. Ora, ritornando sul tema dell’organico ridotto, Volpe affronta a più ampio spettro i problemi con i quali deve far conto tutti i giorni. Dall’imbuto che si crea dopo i rinvii a giudizio fino alle aule che mancano per celebrare i processi, invocando con “urgenza” un intervento del Governo “volto a ripianare i vuoti negli organici del personale amministrativo”.

Lo spunto arriva da due vicende recenti che hanno coinvolto la Procura barese. Quella di Paolo Rizzon, cardiologo arrestato nel 2004 con l’accusa di aver pilotato i concorsi universitari, e dell’ex assessore regionale alla Sanità Alberto Tedesco. Per quanto riguarda Rizzon, l’indagine si aprì 15 anni fa e solo lo scorso 6 ottobre è arrivato il verdetto di assoluzione. Il medico era accusato di concussione, riqualificata in abuso d’ufficio e induzione indebita. Due reati che non è più possibile perseguire. Ma gli veniva addebitata anche l’associazione a delinquere, ormai prescritta. Lo scorso 4 ottobre, inoltre, il Tribunale di Bari ha annunciato che 23 dei 25 reati contestati al senatore Tedesco nell’ambito del processo sulla malasanità pugliese risultano prescritti.

“Gli esiti di alcuni procedimenti penali concernenti imputati ‘eccellenti’, tanto in ambito nazionale, che locale, hanno per un verso destato sconcerto nell’opinione pubblica, per altro suscitando un vivace dibattito nel mondo della politica e delle istituzioni circa il ruolo dei pubblici ministeri – spiega quindi Volpe, a capo della procura barese dal giugno 2014 – Nella confusione generale può forse risultare utile il contributo di chi, come lo scrivente, dirige un ufficio di procura tra i più oberati ed impegnati del Paese allo scopo di chiarire alcuni principi cardine del sistema giustizia, orientando così la pubblica opinione in una lettura degli eventi che prescinda da interessate strumentalizzazioni”.

Quindi l’affondo: “Le assoluzioni, eccellenti o meno che sia il rango dell’imputato, non possono/non debbono suscitare scandalo. Scandalosi, piuttosto, sono i tempi con i quali si perviene alle sentenze”. Ricordando che “il ruolo assegnato dalla legge al processo” è quello di “una verifica dell’ipotesi di accusa ad opera di un giudice terzo” per giungere a “una decisione, che può essere di condanna, ma anche, non meno fisiologicamente, di assoluzione”, il procuratore capo di Bari spiega che “l’impegno – massimo – di ciascuno a livello locale si scontra tuttavia con il disimpegno del governo centrale”. E torna a insistere sul carico di lavoro affrontato dai suoi uffici, e il loro sotto-dimensionamento: “La procura di Bari iscrive annualmente in totale oltre 50mila procedimenti penali ed è impegnata assai attivamente nel contrasto alla criminalità organizzata”, ricorda Volpe, ma “a fronte di un organico dei magistrati aumentato da 27 a 33 unità negli ultimi 13 anni, quello del personale amministrativo è sceso da 149 a 133″ peraltro “solo parzialmente coperto a causa di una serie di decreti ministeriali risultati assai ingiustificatamente penalizzanti”.

L’effetto? “Il lavoro celermente smaltito dai magistrati – afferma il procuratore – si blocca sulle scrivanie in gran parte vuote dei nostri collaboratori”. Quindi, spiega, “non viene ottemperato il disposto dell’articolo 110 della Costituzione, che assegna al ministro della Giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi di giustizia”. Anzi, “si delegano ai capi di Corte compiti di squisita competenza ministeriale, per la stipulazione di contratti e altre incombenze tipicamente amministrative, così distraendoli dalle funzioni istituzionali proprie”. Una situazione aggravata dall’imbuto – così lo definisce – che si crea dopo il rinvio a giudizio, impedendo “la celere definizione dei processi in quella che dovrebbe essere la sede propria, dinanzi ai giudici, in tempi celeri, come prescrive la Carta costituzionale”, anche a causa “dell’enorme sproporzione esistente tra l’organico dei magistrati di procura e quelli della magistratura giudicante (e relativi servizi di cancelleria)”.

E allo stesso tempo, secondo Volpe, non potrebbe comunque “celebrarsi maggior numero di processi, perché mancano le aule d’udienza (ma quello dell’edilizia giudiziaria da terzo mondo a Bari è altro tema che qui solo si sfiora!) e non ci sono fondi per retribuire gli assistenti d’udienza per gli straordinari (l’orario normale di lavoro si esaurisce alle ore 14)”. Da qui, Volpe, rimarcando come la procura di Bari sia “sinanche priva di un dirigente amministrativo, pur risultando tra le prime sei, sette in Italia per dimensioni”, torna a invocare Roma ribadendo “l’urgenza di un intervento governativo volto a ripianare i vuoti negli organici del personale amministrativo”.