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Mattarella al presidente di Israele: “Basta con lo stato di guerra permanente in Medio Oriente. Rispettare il diritto in acque internazionali”. Libano, drone su una base Unifil con soldati italiani

Trump resta al bivio tra un "cattivo accordo" e nuovi bombardamenti, ma secondo il New York Times, l'Iran "ha ancora il 70% del suo arsenale missilistico". Alta tensione in Libano, l'esercito dello Stato ebraico continua i bombardamenti. Tajani assicura: "Nessuna nostra nave a Hormuz senza l'ok del Parlamento"
Mattarella al presidente di Israele: “Basta con lo stato di guerra permanente in Medio Oriente. Rispettare il diritto in acque internazionali”. Libano, drone su una base Unifil con soldati italiani
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Il colloquio “franco e aperto” di Mattarella con l’israeliano Herzog. Il bivio di Trump: un cattivo accordo o bombardare di nuovo – Il punto della giornata

Abbandonare lo stato di guerra permanente in Medio Oriente, rispettare il diritto della navigazione nelle acque internazionali, fermare gli attacchi alla missione Unifil in Libano che sono “inaccettabili”. Sono i concetti espressi dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella in una telefonata con il capo dello Stato di Israele Isaac Herzog. E’ stato lo stesso Herzog, peraltro, a chiamare il Quirinale. Il colloquio, ha sottolineato il Colle, è stato “franco e aperto“. Mattarella ha definito “urgente” la necessità di abbandonare quello che ha definito “lo stato di guerra permanente“. Significativo il passaggio sulla “necessità del rispetto del diritto della navigazione nelle acque internazionali” che rimanda all’operazione illegale con cui la Marina israeliana ha bloccato le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla davanti a Creta per poi fermare per ore a bordo di una nave militarizzata, in condizioni di violazione dei minimi diritti civili, decine di attivisti

Le parole di Mattarella arrivano nelle ore in cui Israele ha intensificato i sanguinosi bombardamenti in Libano alla vigilia dell’atteso nuovo round di colloqui diretti previsti a Washington, mentre un drone è esploso all’interno del quartiere generale della missione Onu, dove c’è anche un contingente italiano, senza però causare feriti. Prima e dopo l’esplosione, Israele aveva preso di mira la zona. La missione Onu ha espresso preoccupazione “per le attività di Hezbollah e dei soldati israeliani vicino alle posizioni Onu“.

Con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump in viaggio in Cina è stata una giornata di stallo. E’ ancora attorno allo Stretto di Hormuz che si gioca lo scambio di minacce tra Usa e Iran. Gli americani lo fanno sorvolare da un caccia stealth F-35A, in grado di trasportare oltre 8 tonnellate di armamenti a velocità supersoniche, mentre Teheran – ventilando un possibile piano di Trump di far sbarcare le truppe sulla cruciale isola di Kharg – avverte: “Se gli Usa e Trump commettono un errore, trasformeremo il Golfo Persico nel più grande cimitero per le forze americane”. “Non permetteremo che nemmeno un litro di petrolio attraversi lo Stretto di Hormuz”, ha aggiunto il vicecomandante della Marina delle Guardie Rivoluzionarie, Saeed Siahsarani.

“Risolveremo il conflitto pacificamente o in altro modo”, continua a ripetere il presidente americano, insieme all’altro mantra: “Teheran non può avere l’arma nucleare”. Mentre sull’altro fronte i pasdaran assicurano: “Il campo di battaglia e lo Stretto di Hormuz sono sotto il nostro controllo. Siamo pronti a condurre qualsiasi operazione, in qualsiasi momento e nel più breve tempo possibile”. Trump insomma si trova allo stesso punto: decidere se accettare un “cattivo accordo” con l’Iran, come quello che rimprovera al suo predecessore Barack Obama, o riprendere i bombardamenti, sebbene la sua intelligence gli abbia ripetutamente fatto presente che le capacità missilistiche iraniane sono ben lontane da essere “distrutte” come lui stesso rivendica. Secondo le ultime valutazioni degli 007 statunitensi, rivelate dal New York Times, l’Iran mantiene ancora circa il 70% del suo arsenale missilistico e dei suoi lanciatori mobili, e circa il 90% dei suoi depositi e lanci missilistici sotterranei a livello nazionale, che ora risultano “parzialmente o completamente operativi”. Avvertimenti che Trump sembra voler ignorare, incolpando soprattutto i media di remare contro la vittoria degli Stati Uniti. “Quando le ‘fake news’ affermano che il nemico iraniano sta avendo la meglio, militarmente, contro di noi, si tratta di un atto di virtuale tradimento, data l’assoluta falsità e persino l’assurdità di tale dichiarazione”, ha tuonato il capo della Casa Bianca su Truth, accusando i media “di favorire e spalleggiare il nemico!”. “Si tratta – ha tagliato corto – di codardi americani che fanno il tifo contro il nostro Paese”.

Sullo sfondo ci sono le rivelazioni sulle settimane dell’operazione “Ruggito del Leone”, quella dell’attacco statunitense all’Iran. Tel Aviv racconta che in quei giorni Benyamin Netanyahu volò in segreto negli Emirati Arabi Uniti per incontrare lo sceicco Mohammed bin Zayed. “Questa visita ha portato a una svolta storica nelle relazioni tra Israele e gli Emirati”, normalizzate nel 2020 con gli Accordi di Abramo, ha commentato l’ufficio del primo ministro israeliano. L’annuncio arriva dopo le rivelazioni dei media internazionali secondo cui, a cavallo dell’inizio della tregua decretata da Donald Trump, sia gli Emirati che l’Arabia Saudita hanno condotto segretamente attacchi in territorio iraniano, senza limitarsi dunque a mere azioni difensive. Israele ha inviato batterie Iron Dome e personale militare ad Abu Dhabi per intercettare i missili e droni lanciati dall’Iran contro i Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti. Ma, secondo alcune fonti, israeliani ed emiratini avrebbero anche coordinato un attacco contro un importante sito petrolchimico sull’isola iraniana di Lazan. La Reuters rivela inoltre che, sempre durante la guerra, le forze saudite hanno bombardato anche milizie sciite filo-iraniane in Iraq. Allo scopo di “coordinare le operazioni belliche” anche il capo del Mossad David Barnea e quello dello Shin Bet David Zini si sarebbero recati a più riprese nei due Paesi del Golfo durante il conflitto. E sale la tensione anche tra l’Iran e il Kuwait: Teheran lo accusa di aver attaccato una nave iraniana e di aver arrestato quattro suoi cittadini, chiedendone la liberazione immediata e riservandosi il diritto di rispondere. La guerra israelo-americana contro la Repubblica islamica, al momento sospesa da una fragile tregua, assume dunque i contorni di un conflitto molto più vasto, ora congelato sul muro contro muro, tra continue minacce reciproche, in attesa di una spinta decisiva – o di un naufragio senza scampo – dalla visita di Trump in Cina.

Le navi della Difesa italiana, nel frattempo, stanno per partire e la destinazione è Hormuz. Ma non subito, non senza una pace duratura. L’annuncio è arrivato alle commissioni Esteri e Difesa, dove i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto, hanno chiarito intenti e preparativi di una missione che però ancora non c’è. Lo stesso numero uno della Farnesina ci tiene a precisare che per ora si vuole soltanto “condividere l’impegno del governo per la pace e il percorso che potrebbe portare a un nostro impegno nella coalizione internazionale. Questo – sottolinea – accadrà solo dopo la cessazione definitiva delle ostilità”. Dei quaranta Volenterosi che hanno manifestato l’intenzione di dare il proprio contributo per rendere percorribile lo stretto di Hormuz, sono finora 24 i Paesi che stanno concretamente attivandosi per mettere in campo assetti altamente specializzati, soprattutto per rimuovere le mine presenti in quel tratto di mare. Ecco perché adesso tocca affrontare questioni concrete, come gli aspetti logistici: “Laddove scoppiasse la pace – spiega Crosetto – servirebbe quasi un mese di navigazione a tutte le unità delle nazioni alleate per raggiungere il Golfo. In via precauzionale stiamo predisponendo che due unità cacciamine si posizionino relativamente più vicine allo Stretto: inizialmente nel Mediterraneo orientale, successivamente nel Mar Rosso, nell’ambito delle missioni già in corso come Mediterraneo Sicuro e Aspides, e all’interno del quadro autorizzato missione Internazionale dell’Italia”. Il concetto è: “Prepararsi a intervenire oggi per intervenire domani, se sarà possibile”.

  • 21:15

    Il colloquio “franco e aperto” di Mattarella con l’israeliano Herzog. Il bivio di Trump: un cattivo accordo o bombardare di nuovo – Il punto della giornata

    Abbandonare lo stato di guerra permanente in Medio Oriente, rispettare il diritto della navigazione nelle acque internazionali, fermare gli attacchi alla missione Unifil in Libano che sono “inaccettabili”. Sono i concetti espressi dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella in una telefonata con il capo dello Stato di Israele Isaac Herzog. E’ stato lo stesso Herzog, peraltro, a chiamare il Quirinale. Il colloquio, ha sottolineato il Colle, è stato “franco e aperto“. Mattarella ha definito “urgente” la necessità di abbandonare quello che ha definito “lo stato di guerra permanente“. Significativo il passaggio sulla “necessità del rispetto del diritto della navigazione nelle acque internazionali” che rimanda all’operazione illegale con cui la Marina israeliana ha bloccato le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla davanti a Creta per poi fermare per ore a bordo di una nave militarizzata, in condizioni di violazione dei minimi diritti civili, decine di attivisti

    Le parole di Mattarella arrivano nelle ore in cui Israele ha intensificato i sanguinosi bombardamenti in Libano alla vigilia dell’atteso nuovo round di colloqui diretti previsti a Washington, mentre un drone è esploso all’interno del quartiere generale della missione Onu, dove c’è anche un contingente italiano, senza però causare feriti. Prima e dopo l’esplosione, Israele aveva preso di mira la zona. La missione Onu ha espresso preoccupazione “per le attività di Hezbollah e dei soldati israeliani vicino alle posizioni Onu“.

    Con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump in viaggio in Cina è stata una giornata di stallo. E’ ancora attorno allo Stretto di Hormuz che si gioca lo scambio di minacce tra Usa e Iran. Gli americani lo fanno sorvolare da un caccia stealth F-35A, in grado di trasportare oltre 8 tonnellate di armamenti a velocità supersoniche, mentre Teheran – ventilando un possibile piano di Trump di far sbarcare le truppe sulla cruciale isola di Kharg – avverte: “Se gli Usa e Trump commettono un errore, trasformeremo il Golfo Persico nel più grande cimitero per le forze americane”. “Non permetteremo che nemmeno un litro di petrolio attraversi lo Stretto di Hormuz”, ha aggiunto il vicecomandante della Marina delle Guardie Rivoluzionarie, Saeed Siahsarani.

    “Risolveremo il conflitto pacificamente o in altro modo”, continua a ripetere il presidente americano, insieme all’altro mantra: “Teheran non può avere l’arma nucleare”. Mentre sull’altro fronte i pasdaran assicurano: “Il campo di battaglia e lo Stretto di Hormuz sono sotto il nostro controllo. Siamo pronti a condurre qualsiasi operazione, in qualsiasi momento e nel più breve tempo possibile”. Trump insomma si trova allo stesso punto: decidere se accettare un “cattivo accordo” con l’Iran, come quello che rimprovera al suo predecessore Barack Obama, o riprendere i bombardamenti, sebbene la sua intelligence gli abbia ripetutamente fatto presente che le capacità missilistiche iraniane sono ben lontane da essere “distrutte” come lui stesso rivendica. Secondo le ultime valutazioni degli 007 statunitensi, rivelate dal New York Times, l’Iran mantiene ancora circa il 70% del suo arsenale missilistico e dei suoi lanciatori mobili, e circa il 90% dei suoi depositi e lanci missilistici sotterranei a livello nazionale, che ora risultano “parzialmente o completamente operativi”. Avvertimenti che Trump sembra voler ignorare, incolpando soprattutto i media di remare contro la vittoria degli Stati Uniti. “Quando le ‘fake news’ affermano che il nemico iraniano sta avendo la meglio, militarmente, contro di noi, si tratta di un atto di virtuale tradimento, data l’assoluta falsità e persino l’assurdità di tale dichiarazione”, ha tuonato il capo della Casa Bianca su Truth, accusando i media “di favorire e spalleggiare il nemico!”. “Si tratta – ha tagliato corto – di codardi americani che fanno il tifo contro il nostro Paese”.

    Sullo sfondo ci sono le rivelazioni sulle settimane dell’operazione “Ruggito del Leone”, quella dell’attacco statunitense all’Iran. Tel Aviv racconta che in quei giorni Benyamin Netanyahu volò in segreto negli Emirati Arabi Uniti per incontrare lo sceicco Mohammed bin Zayed. “Questa visita ha portato a una svolta storica nelle relazioni tra Israele e gli Emirati”, normalizzate nel 2020 con gli Accordi di Abramo, ha commentato l’ufficio del primo ministro israeliano. L’annuncio arriva dopo le rivelazioni dei media internazionali secondo cui, a cavallo dell’inizio della tregua decretata da Donald Trump, sia gli Emirati che l’Arabia Saudita hanno condotto segretamente attacchi in territorio iraniano, senza limitarsi dunque a mere azioni difensive. Israele ha inviato batterie Iron Dome e personale militare ad Abu Dhabi per intercettare i missili e droni lanciati dall’Iran contro i Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti. Ma, secondo alcune fonti, israeliani ed emiratini avrebbero anche coordinato un attacco contro un importante sito petrolchimico sull’isola iraniana di Lazan. La Reuters rivela inoltre che, sempre durante la guerra, le forze saudite hanno bombardato anche milizie sciite filo-iraniane in Iraq. Allo scopo di “coordinare le operazioni belliche” anche il capo del Mossad David Barnea e quello dello Shin Bet David Zini si sarebbero recati a più riprese nei due Paesi del Golfo durante il conflitto. E sale la tensione anche tra l’Iran e il Kuwait: Teheran lo accusa di aver attaccato una nave iraniana e di aver arrestato quattro suoi cittadini, chiedendone la liberazione immediata e riservandosi il diritto di rispondere. La guerra israelo-americana contro la Repubblica islamica, al momento sospesa da una fragile tregua, assume dunque i contorni di un conflitto molto più vasto, ora congelato sul muro contro muro, tra continue minacce reciproche, in attesa di una spinta decisiva – o di un naufragio senza scampo – dalla visita di Trump in Cina.

    Le navi della Difesa italiana, nel frattempo, stanno per partire e la destinazione è Hormuz. Ma non subito, non senza una pace duratura. L’annuncio è arrivato alle commissioni Esteri e Difesa, dove i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto, hanno chiarito intenti e preparativi di una missione che però ancora non c’è. Lo stesso numero uno della Farnesina ci tiene a precisare che per ora si vuole soltanto “condividere l’impegno del governo per la pace e il percorso che potrebbe portare a un nostro impegno nella coalizione internazionale. Questo – sottolinea – accadrà solo dopo la cessazione definitiva delle ostilità”. Dei quaranta Volenterosi che hanno manifestato l’intenzione di dare il proprio contributo per rendere percorribile lo stretto di Hormuz, sono finora 24 i Paesi che stanno concretamente attivandosi per mettere in campo assetti altamente specializzati, soprattutto per rimuovere le mine presenti in quel tratto di mare. Ecco perché adesso tocca affrontare questioni concrete, come gli aspetti logistici: “Laddove scoppiasse la pace – spiega Crosetto – servirebbe quasi un mese di navigazione a tutte le unità delle nazioni alleate per raggiungere il Golfo. In via precauzionale stiamo predisponendo che due unità cacciamine si posizionino relativamente più vicine allo Stretto: inizialmente nel Mediterraneo orientale, successivamente nel Mar Rosso, nell’ambito delle missioni già in corso come Mediterraneo Sicuro e Aspides, e all’interno del quadro autorizzato missione Internazionale dell’Italia”. Il concetto è: “Prepararsi a intervenire oggi per intervenire domani, se sarà possibile”.

  • 20:34

    Mattarella a Herzog (Israele): “Rispettare il diritto della navigazione nelle acque internazionali”

    Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un colloquio con il presidente israeliano Isaac Herzog ha detto di trovare inaccettabili gli attacchi effettuati nei confronti delle truppe impegnate nel contingente Unifil. Il presidente Mattarella ha anche sottolineato, si è appreso, la necessità del rispetto del diritto della navigazione nelle acque internazionali. Mattarella ha ribadito l’impegno determinato della Repubblica italiana contro ogni atto di antisemitismo.

  • 20:31

    Mattarella al presidente di Israele: “Basta con lo stato di guerra permanente in Medio Oriente”

    Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricevuto questa sera una telefonata da parte del presidente di Israele, Isaac Herzog. Il colloquio viene definito da fonti del Quirinale “franco e aperto“. Il presidente Mattarella ha sottolineato, si è appreso, l’urgente necessità di abbandonare in Medio Oriente lo stato di guerra permanente

  • 20:19

    Tajani vede l’omologo libanese: “Preservare cessate il fuoco”

    “Ho avuto oggi un ulteriore approfondito colloquio con il ministro degli Esteri libanese Youssef Raggi per confermare il pieno sostegno dell’Italia alla stabilità e alla sicurezza del Libano. In vista dei negoziati che proseguono domani a Washington tra Libano e Israele, abbiamo confermato la necessità di preservare il cessate il fuoco, evitare nuove escalation e continuare a lavorare per il disarmo di Hezbollah”. Lo ha scritto su X il ministro degli Esteri Antonio Tajani, tornando ad assicurare che “l’Italia continuerà a fare la sua parte: dal sostegno umanitario ai civili e agli sfollati, al rafforzamento delle Istituzioni libanesi e delle Forze Armate e di Sicurezza attraverso Unifil, la missione bilaterale Mibil e il Comitato tecnico-militare per il Libano”. “Ho infine ribadito che la sicurezza e l’incolumità dei nostri caschi blu Unifil e dei civili restano una priorità assoluta”, ha concluso.

  • 20:18

    Il Senato Usa boccia la risoluzione dem per limitare i poteri di guerra di Trump

    Il Senato Usa, a maggioranza repubblicana, ha respinto una risoluzione per limitare i poteri di guerra di Donald Trump, nella prima votazione sulla guerra contro l’Iran da quando è scaduto il termine di 60 giorni entro il quale il presidente deve chiedere l’autorizzazione formale al Congresso.
    Il provvedimento, presentato dal dem Jeff Merkley, è stato il settimo tentativo del partito d’opposizione di arginare i poteri di guerra di Trump dall’inizio del conflitto oltre due mesi fa. Il punto della disputa in questo caso è il cessate il fuoco: da una parte i dem sostengono che in base al War Powers Act, poiché Trump ha notificato al Congresso l’inizio delle operazioni militari contro l’Iran, il tempo per chiedere l’autorizzazione è scaduto il primo maggio. I repubblicani, invece, sostengono che il termine è stato sospeso con l’annuncio della tregua.

  • 20:18

    Reuters: durante l’Arabia ha attaccato anche le milizie sciite in Iraq

    Durante la guerra con l’Iran, aerei da combattimento sauditi hanno bombardato obiettivi legati a potenti milizie sciite sostenute da Teheran in Iraq, mentre attacchi di rappresaglia sono stati lanciati dal Kuwait contro l’Iraq, secondo quanto riferito da diverse fonti a conoscenza dei fatti. Lo scrive Reuters. Gli attacchi fanno parte di un più ampio schema di risposte militari nel Golfo, rimasto in gran parte nascosto durante un conflitto che ha coinvolto l’intero Medio Oriente a partire dagli attacchi congiunti israelo-americani contro l’Iran del 28 febbraio. Sempre Reuters ieri aveva scritto che l’Arabia Saudita aveva lanciato numerosi attacchi non pubblicizzati contro l’Iran durante la guerra in Medio Oriente, mentre ill giorno prima era stato il Wall Street Journal a riportare che azioni simili erano state compiute dagli Emirati.

  • 20:12

    Netanyahu ha incontrato bin Zayed negli Emirati durante la guerra

    Nel pieno dell’Operazione ‘Ruggito del Leonè il primo ministro Benjamin Netanyahu ha visitato segretamente gli Emirati Arabi Uniti e ha incontrato il Presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo Sceicco Mohammed bin Zayed. Questa visita ha portato a una svolta storica nelle relazioni tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti.” Lo comunica l’ufficio del premier in una nota.

  • 20:11

    Aie: le scorte globali di petrolio si stanno esaurendo a un ritmo record

    Le scorte globali di petrolio si stanno esaurendo a un ritmo record. È  netta la posizione dell’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) quando – nel nuovo rapporto sul mercato petrolifero – parla degli impatti dovuti alla crisi in Medioriente, al conflitto con l’Iran e al blocco dello Stretto di Hormuz. Impatti che si sono subito fatti sentire sul mercato, e che tuttora soffre come mai prima d’ora. Un mercato petrolifero però – avverte l’Aie mettendo in guardia sui prezzi per l’estate – che sarà in deficit per tutto l’anno, anche se e quando si arriverà alla fine della guerra.
    Un bollino sulla domanda mondiale di petrolio lo mette poi l’Opec. Nel nuovo rapporto mensile prevede infatti che la domanda globale di petrolio arriverà a 1,2 milioni di barili al giorno nel corso di quest’anno. L’Opec stima anche che l’area Ocse registrerà una crescita di 0,1 milioni di barili al giorno, mentre i Paesi non Ocse saliranno di circa 1,1 milioni di barili. Un incremento si ipotizza nel 2027, con la domanda globale che dovrebbe aumentare a circa 1,5 milioni di barili al giorno, rivista al rialzo di 0,2 milioni di barili al giorno rispetto al mese scorso. A più di dieci settimane dall’inizio della guerra in Medioriente – rileva l’Aie – “le crescenti perdite di approvvigionamento dallo Stretto di Hormuz stanno esaurendo le scorte globali di petrolio a un ritmo record”. Il blocco del traffico di petroliere a Hormuz ha già portato a “perdite cumulative” per oltre un miliardo di barili da parte dei produttori del Golfo”. Si tratta di uno stop che coinvolge più di 14 milioni di barili al giorno di petrolio: e l’Agenzia energetica non esita a definire come “uno shock di offerta senza precedenti”. La previsione dell’Aie è quindi di una contrazione della domanda per “2,4 milioni di barili al giorno su base annua nel secondo trimestre del 2026 e che diminuisca di 420mila barili al giorno per l’intero anno”; con un calo di 1,3 milioni di barili al giorno in meno rispetto alle previsioni pre-conflitto.

    La valutazione è chiara e parla di “un mercato petrolifero che resterà in deficit anche con la fine della guerra in Iran”, in caso si dovesse raggiungere un accordo per mettere fine alla guerra e riportare a flussi regolari nello Stretto di Hormuz. L’offerta si riprenderà “lentamente” anche se la domanda dovesse aumentare. Guardando al breve periodo invece sembra probabile un’ulteriore volatilità dei prezzi in contemporanea con il picco della domanda in estate.
    “Prezzi più elevati, un contesto economico in deterioramento e misure di contenimento della domanda – conclude l’Aie – peseranno ulteriormente sul consumo globale di petrolio”.

  • 20:10

    Iran: “Il controllo di Hormuz genererà importanti ritorni economici”

    Il controllo esercitato da Teheran sullo Stretto di Hormuz potrebbe generare “importanti” ritorni economici e rafforzare il ruolo internazionale dell’Iran. Lo ha dichiarato il portavoce dell’esercito iraniano, il generale di brigata Mohammad Akraminia, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Isna.
    “Il controllo dello Stretto di Hormuz da parte nostra genererà importanti entrate economiche per il Paese – che potrebbero perfino raddoppiare i ricavi petroliferi – e rafforzerà l’influenza dell’Iran sulla scena internazionale”, ha affermato Akraminia, sottolineando che la parte occidentale dello stretto è controllata dalle Forze navali dei Guardiani della Rivoluzione, mente la parte orientale è supervisionata dalla Marina iraniana.
    Il controllo da parte dell’Iran rimane uno dei principali punti di attrito nei negoziati per mettere fine al conflitto con gli Stati Uniti. Ieri, intanto, il presidente della commissione parlamentare per la Sicurezza nazionale e la Politica estera, Ebrahim Azizi, ha annunciato che il Parlamento ha finalizzato un piano per la gestione della via marittima. Secondo quanto riferito dalla televisione di Stato, Teheran intende “utilizzare questa posizione strategica come leva di potere attraverso una gestione strategica dello Stretto di Hormuz”.